Domenica 19 Aprile (DOMENICA – Bianco)
III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 2,14.22-33 Sal 15 1Pt 1,17-21 Lc 24,13-35
di Battista Borsato
L’episodio dei due discepoli, che delusi lasciano Gerusalemme e vanno verso Emmaus, cioè ritornano al loro paese, è uno dei più conosciuti del Vangelo e può offrire molti spunti di riflessione e aprirci a numerose prospettive. Vorrei coglierne tre: accettare di non capire i fatti della storia e della vita, lasciarsi aiutare da altri, non lasciarsi possedere da altri.
Accettare di non capire sempre i fatti e gli eventi della storia e della vita. Soffermiamoci sui due discepoli che vanno verso Emmaus. Come si diceva, Emmaus è un villaggio distante undici chilometri da Gerusalemme ed è il luogo dove, presumibilmente essi abitavano. Cioè i due ritornano a casa, nel loro privato. Abbandonano i loro sogni, il loro impegno di
cambiare la religione, di modificare la storia e ritornano alle loro faccende domestiche, alle loro consuete incombenze. Perché ritornano? Perché avevano seguito Gesù, e Gesù per loro rappresentava la speranza di un mondo nuovo, era la promessa di cambiamento sia del mondo, che della vita religiosa. Nelle parole di Gesù appariva un volto nuovo di Dio: un Dio
che era dalla parte degli uomini, e non delle regole, un Dio che amava tutti, ma soprattutto i poveri i peccatori, gli emarginati, un Dio che amava la giustizia e voleva che tutti gli uomini e le donne fossero uguali per dignità, ma pure per opportunità economiche. Si era aperto per loro un nuovo orizzonte, era spuntata l’aurora di un nuovo pensiero. Questo uomo però è
stato ucciso, l’hanno ucciso con la pena più atroce: la crocifissione. Con la sua morte si è spenta ogni speranza. Sembrava che fosse il Messia, ma se è stato sconfitto e ucciso non lo poteva essere e quindi tutte le attese sono crollate, non restava che accettare la sconfitta e ritornare ai loro impegni quotidiani e domestici rinunciando per sempre a pensare in grande,
e mettendo in soffitta tutte le speranze.
Pure oggi soffriamo di speranza. Il nostro sogno di un mondo giusto sta affievolendo, se non addirittura dissolvendo. Molti rinunciano a lottare perché tutto sembra inutile. Si è presi dal senso di impotenza. La politica sembra sempre più sporca, gli interessi economici sembrano invadere perfino le strutture di volontariato che dovrebbero esserne lontane, il terrorismo imperversa implacabilmente seminando morte e paura. La fede stessa entra in crisi. Dov’è Dio? L’ingiustizia sembra prevalere su tutto. Anche Dio è sotto accusa per il male che dilaga. Allora riscontriamo l’abbandono della vita religiosa e dell’impegno sociale. I due
discepoli di Emmaus sono il simbolo della nostra crisi e della nostra sfiducia.
Non riusciamo a capire i fatti, non sappiamo leggerli. Accettare di non capire può essere la strada per riflettere più intensamente e imparare a pensare diversamente.
Non si può leggere i fatti da soli. A questi due discepoli delusi e sconsolati si accosta uno straniero, ma non riconoscono che è Gesù. Questo forestiero comincia a spiegare il senso della morte di Gesù e lo fa, così si presume, citando le scritture dove si può riscontrare che i
fatti negativi si trasformano in positività. Il deserto luogo doloroso per il popolo ebraico è diventato luogo per camminare verso la libertà, il gigante Golia che sembrava invincibile viene invece sconfitto dall’inerme giovane David, l’esilio del popolo ebraico a Babilonia, umiliante e severo, ha spinto il popolo stesso a ripensare la propria fede e il modo di fare
comunità. Anche Gesù, il Messia, non ha cambiato il mondo con la potenza, ma con la forza dell’amore, manifestato sulla croce. Un Messia che accetta di essere sconfitto pur di non rinunciare al suo progetto e all’amore della verità: un Messia che vince perdendo e solo così, avvalorando l’idea che dentro le sconfitte, il mondo cresce e come pure la Chiesa. Saper leggere le sconfitte come appelli a cambiare e saper vivere le ferite come feritoie, è stata la lettura proposta dallo “straniero”.
I due discepoli di fronte a questo straniero (Gesù è sempre straniero perché è sempre da scoprire e da capire!) guardano la vita e la storia in modo nuovo: “sentono ardere il loro cuore”.
Pure noi di fronte a fatti che si presentano come incomprensibili e oscuri, e che ci trascinano verso il pessimismo e la sfiducia, dovremmo imparare a ascoltare altre voci. Non possiamo ritirarci e chiuderci in noi stessi, dentro le nostre piccole idee. Dovremmo uscire per ascoltare voci diverse, voci straniere per leggere diversamente i fatti. I profeti, anche del
nostro tempo, dovrebbero essere ascoltati di più. Possono disturbarci e inquietarci, perché pensano altrimenti, ma i loro pensieri possono farci percepire nuove prospettive. Dovremmo abbandonare le paure del passato e approdare a nuovi paradigmi e a modi nuovi di pensare.
Anche il cristianesimo se vuole conservarsi, deve trasformarsi. Questo non significa vendersi al mondo, ma altresì saper imparare dalle voci nuove che sono presenti nella cultura e nella filosofia del tempo. Sono voci straniere, ma che dischiudono nuovi sensi e orizzonti.
“Lo riconobbero, ma egli sparì dalla loro vista”. I discepoli riconobbero in quello “straniero” Gesù. Mi piace ripetere che Gesù era straniero per loro due, ma lo è anche per noi perché la sua logica è altra dalla nostra. Il suo pensare è diverso dal nostro. È importante che riconosciamo che Gesù è sempre straniero, non lo possiamo mai possedere perché è
sempre da scoprire. Dice il Vangelo che quando essi lo riconobbero, egli sparì. Perché sparì? Anzitutto perché Gesù vuole sì stimolare la ricerca, ma vuole che facciamo noi il cammino.
Non ci vuole togliere la fatica e la responsabilità di capirlo e di decifrare i fatti. Ma sparisce anche perché vuol farci percepire che il suo pensiero e la sua logica non possono mai essere pienamente svelati e posseduti. Gesù è sempre oltre, sempre altro. Il credere è camminare faticosamente, ma anche responsabilmente alla ricerca di sempre nuove risposte.
Possiamo affermare che “è meglio un non credente inquieto che un credente troppo sicuro della propria fede”. Questa idea viene espressa tranquillamente anche da Papa Francesco.
Due piccoli impegni.
- Saper leggere le sconfitte come appelli a pensare diversamente.
- Gesù è sempre “straniero” perché il suo pensare è altro.




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