don Michele Cerutti “Pecore dietro al pastore”

Domenica 26 Aprile (DOMENICA – Bianco)
IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 2,14.36-41   Sal 22   1Pt 2,20-25   Gv 10,1-10

di don Michele Cerutti🏠home

In questa domenica, denominata del Buon Pastore, mi soffermo sull’immagine delle pecore. Queste siamo noi.

Queste si trovano nel recinto, ma dove c’è sempre un gran baccano, voci, che gridano, che cercano di scavalcare il muro e che promettono scorciatoie. Noi pecore siamo sicuramente creature del cuore finissimo.

Così fine che riusciamo a distinguere il rumore del ladro, ovvero di colui che vuole usarci, toglierci la lana e perfino portarci via per il proprio interesse. Siamo in grado nello stesso tempo di comprendere il suono dei passi di chi ci ama. Il ladro da un lato scavalca e ha fretta, mentre dall’altro lato il pastore entra dalla porta, con la calma di chi è in casa.

Quello che ci colpisce di più in sicuramente il fatto che siamo chiamati per nome e quando sentiamo che viene pronunciato con quella vibrazione particolare da parte proprio del pastore non possiamo rimanere fermi. La sua voce non è un comando che schiaccia, ma un invito che libera e ci sentiamo riconosciute prima ancora di essere guidate.

A volte stare nel recinto è comodo, ma il rischio è che l’erba sia poca e secca. Tuttavia, il mondo fuori fa paura, ci sono i Lupi e dirupi, ma noi lo seguiamo perché vediamo la sua schiena e finché vediamo Lui davanti, sappiamo che ogni sasso che calpestiamo, Lui stesso prima di noi lo ha già calpestato e allora seguirlo non è un dovere, ma è l’unico modo per non perderci nel vuoto.

Una schiena segnata perché ogni colpo che dovevamo prendere noi l’ha presa Lui.

Spesso noi, come pecore, quando abbiamo paura, colpiamo e scappiamo per strade che non seguono il sentiero tracciato dal Pastore stesso.

Ci viene in aiuto Pietro stesso che ci consegna in questi versetti come il Kalos non rispondeva con oltraggi.

Questa è la vera erba buona che ci viene offerta quella di rimanere nelle ingiustizie del mondo senza vendicarsi perché il nostro guardiano non ci toglie mai gli occhi di dosso.

Non siamo recluse in un recinto sacro, ma siamo chiamati a pascoli immensi e la vita in abbondanza che ci promette non è un secchio di mangime in più, ma quel brivido che ci fa camminare all’aperto senza aver più paura della morte perché sappiamo chi siamo.

In questa domenica in cui la Chiesa ci invita a pregare per le vocazioni chiediamo prima di tutto di avere la grazia del cuore trafitto dalla gratitudine perché siamo il gregge dei guariti.

Il segreto di ogni vocazione che sia matrimoniale, sacerdotale e consacrata è quello di essere il pascolo dove altri possano sentire che il Pastore è vivo e che la Porta è aperta e che c’è erba fresca e vita in abbondanza per chiunque abbia il coraggio di fidarsi.


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