don Lucio D’abbraccio”La voce che ti conosce”

Domenica 26 Aprile (DOMENICA – Bianco)
IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 2,14.36-41   Sal 22   1Pt 2,20-25   Gv 10,1-10

di don Lucio D’abbraccio🏠home

Viviamo immersi in un mondo che non conosce più il silenzio. Le nostre giornate sono attraversate da notifiche, messaggi, rumori, parole che si accavallano. In mezzo a questo frastuono, il Vangelo di oggi – in questa IV Domenica di Pasqua, conosciuta proprio come la Domenica del Buon Pastore – ci pone una domanda decisiva: a chi stiamo permettendo di parlare al nostro cuore? Gesù usa un’immagine semplice, quasi rurale, ma capace di illuminare la vita: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un’altra parte, è un ladro e un brigante».

​I ladri e i briganti di cui parla non sono figure da film. Sono quelle voci interiori che ci rubano la pace senza bussare: l’ansia di non essere mai abbastanza, la pressione di dover dimostrare tutto, la fretta che ci fa diventare bruschi con chi amiamo, la cattiveria letta sui social che ci avvelena la giornata. Sono voci che non rispettano la porta del cuore: vi salgono da un’altra parte, si infilano nei pensieri e li deformano.

​Il pastore, invece, non forza nulla. Egli entra dalla porta. Rispetta la nostra libertà, attende il nostro consenso. E il Vangelo aggiunge un dettaglio meraviglioso: «le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori». Non siamo una massa indistinta. Siamo chiamati per nome. Pensiamo a una madre in un parco giochi pieno di bambini: basta un pianto, un lamento, e lei riconosce subito la voce del figlio. Non ha bisogno di vederlo: il cuore lo identifica. Così fa Cristo. Conosce la nostra storia, le nostre ferite, le nostre paure che non confidiamo a nessuno. E quando ci chiama, non lo fa mai in modo generico: pronuncia il nostro nome interiore.

​Ma Gesù non si limita a essere il pastore. Dice: «Io sono la porta delle pecore». Una porta serve per entrare e per uscire. Quando rientriamo a casa la sera e chiudiamo la porta, lasciamo fuori il peso della giornata. Quando la riapriamo al mattino, ci prepariamo a ricominciare. Gesù è questa soglia: attraverso di Lui troviamo riparo e, allo stesso tempo, il coraggio di affrontare il mondo. «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo». Pensiamo alla porta di casa di due genitori: anche se un figlio sbaglia, anche se delude, quella porta rimane aperta. Cristo è così: non chiude mai, non respinge mai, non si stanca mai di offrirci un nuovo inizio.

​E tutto questo ha un fine preciso: «io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza». Non una vita comoda, non una vita senza problemi, ma una vita piena. L’abbondanza di Dio è la serenità di chi perdona, la forza di chi non si arrende, la gioia di chi sa ringraziare anche quando ha poco. È la dignità di un anziano che, pur nella malattia, trova parole di incoraggiamento per chi lo visita. È la luce negli occhi di una madre che, pur stanca, prepara la cena con amore. È la pace di chi decide di non rispondere al male con il male.

​Questo Vangelo non ci chiede di capire concetti difficili, ma di ascoltare. Di riconoscere quali voci ci stanno guidando. Di domandarci se stiamo lasciando entrare ladri che rubano la speranza o se stiamo seguendo la voce del pastore che ci conosce per nome.

​Quando questa sera chiuderemo la porta della nostra stanza e finalmente scenderà il silenzio, proviamo a porci una domanda semplice: chi sto ascoltando davvero? Sto lasciando che il rumore del mondo decida per me, o sto imparando a riconoscere la voce di Colui che mi ama più di quanto io ami me stesso?

Scegliamo la sua voce. Attraversiamo la sua porta. Solo lì troveremo quella pace che nessun rumore del mondo potrà mai darci. Amen!


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