Domenica 3 Maggio (DOMENICA – Bianco)
V DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 6,1-7 Sal 32 1Pt 2,4-9 Gv 14,1-12
di padre Ezio Lorenzo Bono🏠home
La felicità viene spesso definita come il raggiungimento dell’atarassia, cioè uno stato di calma interiore, di tranquillità e di serenità. In filosofia si tratta di una condizione dell’animo raggiungibile attraverso la conoscenza, la saggezza e l’autocontrollo, che permette di non essere travolti da emozioni come la paura, l’ira o l’ansia. Secondo gli stoici, basterebbe accettare le cose così come sono, senza giudicarle. Questo ideale si sviluppa soprattutto in epoca romana con il filosofo stoico Seneca, che parla di “tranquillità dell’animo”: la vera felicità non si trova nella ricchezza, nella fama o nel potere, ma nella pace interiore. La filosofia, per lui, è una vera “cura dell’anima”. Questa idea ha attraversato i secoli, lasciando tracce nella filosofia, nella letteratura e nell’arte. La ritroviamo anche nell’arte contemporanea, ad esempio nelle opere di Mark Rothko, capaci di evocare silenzio e interiorità. E perfino nella musica, come nelle Gymnopédies di Erik Satie, dove la melodia lenta e ripetitiva crea un senso di pace quasi ipnotico.
Eppure, paradossalmente, sia Seneca sia Rothko finiranno la loro vita nel suicidio. Un dato che fa pensare.
II.
Nel Vangelo di questa domenica Gesù dice ai suoi discepoli: “Non sia turbato il vostro cuore” (il verbo usato è “tarasso”). Anche qui si parla di una pace interiore, ma non è la stessa cosa. L’atarassia degli stoici nasce dallo sforzo umano: disciplina, autocontrollo, razionalità. Quella che propone Gesù nasce invece dalla fede: “Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me”. E qui sta la differenza decisiva: per gli stoici la via è l’uomo; per i cristiani la via è Cristo. Per gli stoici la verità è la sapienza umana; per i cristiani la verità è Cristo. Per gli stoici la vita è questa realtà terrena; per i cristiani la vita è Cristo. Gli stoici pensano che la felicità si giochi tutta qui, in questa vita, e che la morte sia un evento naturale da accettare serenamente. Ma possiamo davvero accettarla così, se fosse la fine di tutto? Se la morte fosse il traguardo definitivo, sarebbe la distruzione di tutto ciò che abbiamo vissuto, amato, costruito, sperato. Sarebbe la conferma che la nostra esistenza è una farsa. I cristiani, invece, possono guardare la morte senza disperazione perché credono alle parole di Gesù: “Vado a prepararvi un posto… e vi prenderò con me”.
La vera atarassia, la vera felicità, nasce da qui: non da uno sforzo di equilibrio interiore, ma da una promessa.
III.
In conclusione.
Seneca muore nel 65 dopo Cristo. Non sappiamo se abbia conosciuto direttamente il messaggio di Gesù, ma è difficile pensare che non ne abbia almeno sentito parlare, anche perché fu maestro di Nerone, persecutore dei cristiani. Al di là di ogni possibile contatto, resta una differenza abissale. Per gli stoici la vita è una strada a fondo chiuso. Per i cristiani è un cammino aperto. Gli stoici credono che al termine del cammino della vita troveranno il cartello: “fine della corsa e fine di tutto”. I cristiani invece credono che troveranno il cartello con la scritta: “il bello comincia adesso”.
E qui si gioca tutta la differenza.



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