Domenica 3 Maggio (DOMENICA – Bianco)
V DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 6,1-7 Sal 32 1Pt 2,4-9 Gv 14,1-12
di fratel Alberto Monastero di Bose🏠home
Ci sono molte differenze, cronologiche ed anche teologiche, tra i Sinottici e il Quarto Vangelo. Ma la principale è senza dubbio la presenza, in Giovanni, di uno o più discorsi di addio. Pur nella loro specificità evangelica, questi discorsi appartengono a un comune genere letterario: sono testamentari.
In punto di morte, un padre raccoglie intorno al proprio capezzale i suoi figli per dare loro la sua benedizione, trasmettere la sua eredità spirituale e consegnare le sue ultime volontà. Tra i precedenti veterotestamentari, vi sono le benedizioni di Giacobbe alla fine della Genesi e di Mosè alla fine del Deuteronomio; ma questo genere letterario si è poi sviluppato nella letteratura apocrifa, come dimostrano i cosiddetti “Testamenti dei Patriarchi”.
Gesù non è morto di vecchiaia nel proprio letto. Sappiamo, invece, che è morto in croce abbandonato da tutti, e dagli stessi discepoli. Anche per Giovanni Gesù è così, ma Gesù non è abbandonato da tutti. Perciò egli avverte una mancanza nel racconto sinottico, un vuoto da riempire: la necessità di un congedo dai suoi discepoli, come un padre si congeda dai suoi figli; quella che oggi noi chiameremmo la tutela del congedo, la preparazione a una buona morte.
Durante l’ultima cena consumata con i discepoli, nel Quarto Vangelo Gesù non istituisce l’eucaristia, non stipula una nuova alleanza, ma trasmette un’eredità, lascia una benedizione. E questo semplice accorgimento letterario chiarisce anche la prospettiva teologica adottata dal discepolo amato, ossia mette in rilievo una paternità spirituale. Ciò che avviene qui è il coronamento di una relazione tra Padre e Figlio.
Ovviamente, i figli, cioè i discepoli di Gesù, sono più di uno. Quello che distingue i discorsi di addio di Gesù, specialmente questo primo discorso del capitolo 14, da altri simili discorsi testamentari è proprio il fatto che non si tratta soltanto di un lungo monologo, ma è inframezzato da dialoghi, da domande e risposte. Sono le domande di Tommaso, di Filippo, di Giuda non Iscariota, come anche di Pietro alla fine del capitolo precedente.
Queste domande e risposte, o contro-domande, forse richiamano anche la catechesi pasquale, le domande dei quattro figli: il semplice, il saggio, l’empio o quello che non sa neppure domandare, come saranno configurate nell’haggadà o seder della Pasqua ebraica. Ma ciò che importa è appunto la relazione maestro-discepolo, ovvero padre-figlio. Questo diventa il quadro di una rivelazione.
Infatti, il discorso inizia con questa equazione: “Credete in Dio e credete in me”. Dove quel kai, quella congiunzione “e”, diventa esplicativa: credere in Dio Padre è anche credere nel Figlio che lo rivela. E il Figlio rivela il Padre nel momento stesso in cui diventa egli stesso padre, generando dei figli, consegnando loro la sua eredità.
Perciò la domanda di Filippo è veramente semplice, ovvero la domanda di chi non sa nemmeno che cosa sia conveniente domandare: “Signore, mostraci il Padre e ci basta”. Notiamo, però, la finezza della risposta di Gesù, che consiste in altre domande, una sorta di invito alla propria responsabilità: “Da così tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre?”.
L’uguaglianza tra Padre e Figlio, l’essere del Figlio a immagine e somiglianza del Padre, è un’evidenza, già adesso, non è un dato ancora da acquisire. “Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre” non è un’ipotesi dell’irrealtà, non vuol dire, come inducono a credere alcuni codici: “se aveste conosciuto me, conoscereste anche il Padre”. La conoscenza di Gesù è un dato di fatto: “Anzi, fin da ora lo conoscete e lo avete veduto” (con il verbo “vedere” al perfetto, per indicare un’azione compiuta, decisiva, irrevocabile).
Questa evidenza, questo dato di fatto, ci consente di capire meglio anche la risposta di Gesù alla prima domanda, quella di Tommaso, che apparentemente è molto più ragionevole: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”. Gesù gli offre questa risposta inderogabile: “Io sono la via e la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Gv 14,6).
Un’affermazione in prima persona (Egò eimi: “Io sono”) e una negazione (“Nessun altro se non io”, ovvero: “per mezzo mio e non altrimenti”). Nella negazione non è necessario vedere una velata polemica con altri rappresentanti dell’ebraismo, come nel discorso sul buon Pastore contrapposto ai ladri e ai briganti venuti prima di lui. La polemica qui è sottintesa ma non è necessaria: si dice la verità pura e semplice.
Un commentatore osserva giustamente, a questo proposito: “Gv 14,4-11 – e, in particolare, la celebre parola: Io sono la via e la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me – può essere considerato la quintessenza della teologia giovannea. In questa affermazione si trovano concentrati i fondamenti della teologia, della cristologia e della soteriologia dell’evangelista” (J. Zumstein).
La teologia, ossia l’identificazione di Dio come la vita, il “Dio dei viventi”; la cristologia, ossia l’identità del Figlio come la verità, come il perfetto rivelatore del Padre; la soteriologia, ossia la necessità della mediazione spirituale del Messia come via della salvezza. Anche qui il duplice kai si può considerare come esplicativo: “La via, cioè la verità, cioè la vita”. Una cosa spiega l’altra, e l’affermazione, finalmente, è trinitaria: Padre, Figlio e Spirito santo.



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