Sorella Michela Arnone Commento V DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

Domenica 3 Maggio (DOMENICA – Bianco)
V DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 6,1-7   Sal 32   1Pt 2,4-9   Gv 14,1-12

di Sorella Michela Arnone Monastero di Ruviano🏠home

In queste domeniche di Pasqua continuiamo a leggere Giovanni; nel testo proposto oggi ci troviamo in un contesto diverso da quello della scorsa settimana, quattro capitoli dopo, ma soprattutto nel cuore dei cosiddetti “discorsi di addio” dell’Evangelo di Giovanni; appena avvenuta l’ultima cena, cominciano dei capitoli intensi in cui Gesù consegna ai suoi discepoli tante cose che essi avrebbero compreso davvero solo dopo la sua Pasqua. È in questo senso che ci è chiesto di leggerli.

Gesù ha appena lavato i piedi ai suoi discepoli, ha annunciato il tradimento di Giuda, egli è uscito, e ha annunciato a Pietro il suo tradimento. Quasi come se ci fosse una discontinuità, ascoltiamo: «Non sia turbato il vostro cuore» ed entriamo in un’atmosfera ancora più profonda e intima. I motivi di turbamento, in realtà, sono tanti; Gesù stesso nei capitoli precedenti era turbato, ora ha parlato dei tradimenti. Com’è possibile non essere turbati? Eppure questa prima parola di Gesù, più che un invito, è una parola performativa che vuole generare ciò che dice – così come fa la Parola di Dio – e ha il sapore di una rivelazione. Una delle parole più presenti nella Scrittura in varie forme – lo sappiamo – è il “non temere”, “non avere paura”, sempre parole rivolte da Dio all’uomo; si tratta di rivelazioni del Dio che, essendo “con l’uomo”, lo introduce ad affrontare con forza e coraggio la vita, le difficoltà e lo stesso sorprendente Suo agire. È l’invito a vivere a pieno le vocazioni che si scoprono, rinunciando ai timori umanamene leciti ma a volte paralizzanti, che impediscono all’uomo di afferrare la profondità delle cose, di vivere in pienezza la vita e di trovare la verità. “Non sia turbato il vostro cuore”, allora, è una prima rivelazione di Gesù in questi versetti, nei quali il tema centrale sarà la relazione profonda e intima tra Gesù e il Padre; Gesù dice ai suoi delle parole che Dio dice a coloro che ama, allora significa che Egli si pone nei confronti dei discepoli proprio come Dio. Tutto quello che Gesù rivela nei versetti successivi darà sostanza a quella proposta di “non essere turbati”, ne darà la motivazione. È anche vero, però, che l’invito performativo di Gesù è essenziale per condurli ad ascoltare le cose che sta per dire; se essi rimangono fissi nel turbamento degli eventi storici, quali il tradimento di Giuda, quello di Pietro, la cattura e morte di Gesù, non potranno leggere dentro agli eventi, a ciò che sta veramente avvenendo alla luce di Dio e del Suo agire. Anche il turbamento di fronte alla Resurrezione, in realtà, va superato per cogliere a pieno l’invito di Gesù. Penetrare la verità, accoglierla, comprenderla, credere, questo è l’itinerario che Gesù ci invita a fare; perciò bisogna cominciare dal deporre il turbamento e la paura, perché con saggezza si apra il nostro sguardo. Tommaso e Filippo, nel dialogo con Gesù, non fanno una bella figura; entrambi dicono cose inappropriate, a noi lettori sembrano proprio fuori strada. Eppure essi mostrano come sia realmente difficile comprendere, che è quello che capita anche a noi; ma non bisogna smettere di dialogare, di fare domande; se cercheremo con cuore purificato, non solo piano piano comprenderemo, ma sapremo affidarci e credere anche quando non comprendiamo tutto.

Il testo è intenso, prima si muove su una terminologia che evoca lo spazio in vari modi (casa del Padre, posto, dimora, via, dove, andare, venire), poi si passa al tema del conoscere, attraverso di esso si apre il campo semantico del mostrare e vedere, per giungere al credere ripetuto più volte. È chiaro, allora, che non sono discorsi vaghi, ma si tratta di un itinerario preciso che il Gesù di Giovanni vuole far fare ai suoi discepoli e oggi a noi. É forte la presenza in questo testo di uno dei termini chiave dell’evangelo di Giovanni: rimanere, dimorare, al sostantivo monè, che significa casa, dimora. Si parla di una casa del Padre, dunque un “luogo” presso Dio in cui vi sono molte dimore e Gesù va a preparare queste dimore. Prima che parlare della vita dopo la morte e del fatto che “in paradiso ci sono posti”, come potremmo pensare leggendo questa espressione, Gesù sta parlando di ciò che succede con la sua morte e Resurrezione: Egli prepara per noi una possibilità, già voluta dal Padre, di stare con Dio, di relazione profonda con Dio. L’itinerario che il testo ci fa fare, che passa per il conoscere e poi per il credere, in cui si racconta di questa intimità profonda tra il Padre e Gesù, apre i nostri occhi per comprendere che più che di un luogo fisico che Gesù prepara per noi, è un luogo spirituale, è una possibilità per noi già per l’oggi. Gesù promette che verrà di nuovo e ci prenderà con sé; ma questo non significa qualcosa che avverrà alla fine dei tempi o quando noi moriremo, significa qualcosa oggi. Gesù risorto, con la sua presenza reale e il dono dello Spirito, viene a preparare dentro di noi, dentro al cuore e dunque alla vita, quel posto che è la Sua presenza e, dunque, la presenza del Padre.

Altro è se viviamo per noi stessi e la nostra vita di fede è pura esteriorità, altro è se Cristo vive veramente in noi, nonostante tutti i nostri limiti e le fatiche della fede. Nel primo caso, avverrà prima o poi qualcosa che drammaticamente manifesterà la discrepanza tra le parole che professiamo e la vita che viviamo, espressione delle scelte profonde che avvengono nel nostro cuore e che non vengono da Cristo, che non si spezzano sulla roccia di Cristo, che non si purificano nell’acqua dello Spirito. Se non abbiamo lasciato che Cristo fosse davvero la verità più profonda del nostro cuore, al di là di tutte le nostre presunte verità personali, spesso contro gli altri, se non abbiamo permesso a Lui di preparare quel posto dentro di noi perché il Padre e Lui vi possano abitare, attraverso lo Spirito, non troveremo vita e il nostro vivere sarà un simulacro di ciò che poteva essere e non è stato. Quegli eventi drammatici che rendono pubblica, prima a noi e poi ad altri, la nostra profonda incoerenza, sono in realtà la nostra grande occasione; se abbiamo il privilegio di vivere dentro a una comunità, e dunque con dei fratelli, il momento nel quale si svela la nostra nudità (cf Is 47,3), quella può essere la nostra grande occasione di conversione: è in quel momento che si gioca la nostra santità. Con umiltà e in ascolto della Parola e dei fratelli, potremo ricominciare e “questo cambiamento viene dall’Altissimo”. Allora lì, un passo alla volta, Gesù diventerà veramente e non a parole, via, verità e vita per noi. Oppure, potrebbe capitarci di non accettare quella nostra fallibilità, di non accettare di dipendere da un altro (Dio e i fratelli) e di indurire sempre di più il nostro cuore. Basta sfogliare l’Antico Testamento e vedere come tanti personaggi per i quali Dio aveva pensato cose meravigliose, a cui aveva affidato grandi vocazioni, poi si perdono perché smettono di ascoltare; basti pensare al personaggio di Saul, primo re di Israele.

A noi, discepoli di Gesù, è dato di comprendere ancora di più che il conoscere di cui si parla al centro del brano non è il conoscere un oggetto, il capire una cosa; il conoscere a cui siamo invitati e il conoscere un soggetto, una persona: il Cristo. Riconoscere che chi vede Lui vede il Padre, perché loro due sono una cosa sola; sono distinti eppure sono uniti, fare esperienza di Gesù significa fare esperienza del Padre, di Dio. Ecco perché Gesù può dire di essere via, verità e vita. Ora i discepoli sono chiamati a comprendere che quel Gesù che è stato in mezzo a loro è Dio ed è una cosa sola con il Padre; quello stesso rapporto di intimità profonda è proposto a noi, nonostante la nostra umanità. Perciò Gesù è via per questa possibilità di relazione con Dio: perché egli si fa uomo come noi! Allora in Gesù le parole sono le Parole di Dio, che sono intimamente connesse all’agire: dire e fare sono coerenti, sono uniti e hanno la fonte in Dio. È a questo che ciascuno di noi può attingere, in un cammino di unificazione del dire e del fare, come per loro. Perché ciò avvenga, la chiave sta in Cristo e nel “dimorare”: come il Padre è nel Figlio e il Figlio è nel Padre, così è aperta la via della vita anche per noi, dimorare in Dio perché Egli dimori in noi. Non sono solo parole, è una possibilità reale per noi uomini, una possibilità che è costata il sangue di Cristo. E non si tratta neanche di una magia, che avviene semplicemente: è una proposta, un invito a cui ci è chiesto di aderire con tutta la nostra persona, con tutta la nostra volontà, con tutta la nostra storia, con tutti i nostri limiti e ferite inguaribili. Se con tutta la nostra profondità riconosceremo che Gesù e il Padre sono una cosa sola, che Egli è la via della vita, che Egli è la verità che racchiude ogni cosa, una verità appesa a una Croce, se chiederemo a Lui di preparare in noi quella dimora che Egli stesso desidera abitare, allora compiremo le Sue opere e ne compiremo di più grandi.


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