Domenica 10 Maggio (DOMENICA – Bianco)
VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 8,5-8.14-17 Sal 65 1Pt 3,15-18 Gv 14,15-21
di don Marco Pozza🏠home
La solitudine non è uno stato, uno stato d’animo. Da quant’è vasta, alcune volte è addirittura un continente più che uno stato. Certo ch’è bella la solitudine: quando stai bene, però. Quando non lo sei, è la più atroce delle maledizioni: è sentire la voce, l’eco, di tantissime cose dentro che chiedono d’essere condivise ma non trovare nessuno a cui dirle, tutte queste cose. L’apice, poi, è ancora più devastante al cuore: non ci sarà solitudine peggiore, più nefasta, di chi avvertirà in cuor suo di non appartenere più a nessuno. Il sospetto, certe volte l’evidenza diafana, è sapere che più nessuno pensa noi. Me lo ripeto una sera sì e l’altra anche, mentre chiedo al piumone d’andare a nasconderci dentro anche la testa mia: “Chissà, Marcolino, se in qualche sperduto angolo del pianeta terra, ci sarà qualcuno che, stasera, ti ospiterà nei suoi pensieri prima d’addormentarsi”. Non c’è nulla, come il senso schifosissimo di orfanezza, che ci renda vulnerabili: un bambino senza famiglia resta la persona più vulnerabile al mondo. Cosicchè c’è un solo problema capitale nella vita: «Come rompere la propria solitudine, come comunicare con gli altri» (C. Pavese). Che poi, a dirla tutta, si potrà essere degli orfani pur avendo la madre e il padre ancora in vita: figli orfani con padri viventi è il paradosso di un’epoca che mette al mondo degli orfani sapendo di non voler mai diventare padri. Padre è un’avventura costosissima, dura per tutta la vita.
Cristo, per quel che gli compete, tutto vuole eccetto che lasciare per strada gli amici dopo avere sedotto il loro cuore, diventandone il dolcissimo padrone. Il suo primo pensiero, prima di ritornare lassù dopo la Risurrezione, è che la pace abiti nei loro cuori. E’ di rassicurarli proprio, guarda caso, sulla solitudine: «Non vi lascerò orfani» confida loro, in un ulteriore sprazzo di tenerezza. Non ci sarà più Lui, fisicamente: quell’apparente vuoto, però, non rimarrà affatto alla mercè del primo pifferaio che passa ma verrà abitato da una presenza diversa, da una persona che presenta loro anzitempo in modo che non venga poi confusa: «Il Padre vi darà un altro Paraclito perchè rimanga con voi sempre». É premura di chi ama quella, prima d’andarsene, di assicurare una continuità che non allarmi il cuore. Che la cosa peggiore nella vita sia quella di rimanere solo – per chi per davvero è stato amato – è un pensiero che ben presto s’accantona. Dopo esser stati amati nelle profondità, ad occupar il primo posto nel podio delle paure sarà un’altra: quella di stare assieme, seguire, amare persone che ti faranno sentire veramente solo. A questa, forse, indicava Cristo quando paragonava se stesso ad una porta: «Io sono la porta delle pecore» (Gv 10,7). Quella porta che, certe volte, è lì per ricordare di chiuderla più spesso, evitando l’ingresso a ladri e briganti che, a colpi di cordialissime smancerie, quando fuggiranno lasceranno una solitudine ancora più vorace: quella di chi si guarderà dentro e non sentirà più nessuno.
Guardarsi intorno e non vedere nessuno non è vera solitudine: scoprire di non contare più in fico secco per nessuno questa sì lo è. Lo diviene al punto da diventare, certe sere, la porta ce conduce dritta all’inferno: viaggi di sola andata senza nessun ritorno: «Ci sono momenti di solitudine che cadono all’improvviso come fossero una maledizione, nel bel mezzo di una giornata. Sono i momenti in cui l’anima non vibrà più» scrisse Alda Merini, lei che attraversò la solitudine cupa degli ospedali psichiatrici. L’avviso è chiarissimo: «Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più» dice Gesù. Il mondo, se non tocca e non vede, non crede: se non gli spieghi e non capisce, non accetterà di amare ad occhi chiusi. «Voi, invece, mi vedrete, perchè io vivo e voi vivrete». Lo Spirito non si vede e non si tocca, manco si misura. Si potrà sentire, però: parlare sottovoce è la sua lingua madre. Se è vero che con lo zoppo s’imparerà a zoppicare, è altrettanto vero che imitando il sole si diventa sole. S’indovineranno nuovi inizi dappertutto.




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