Figlie della Chiesa Lectio ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A)

Domenica 17 Maggio (SOLENNITA’ – Bianco)
ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A)
At 1,1-11   Sal 46   Ef 1,17-23   Mt 28,16-20

di Figlie della Chiesa🏠home

La solennità dell’Ascensione del Signore ci rivela il pieno compimento del mistero pasquale del Signore Gesù, che, venuto dal Padre nel movimento discendente dell’Incarnazione, ritorna a Lui con il movimento ascendente, che lo porta sul trono regale, dopo aver realizzato la missione salvifica che gli era stata affidata.

La Liturgia odierna è molto ricca e ci aiuta a penetrare in profondità nel cuore di questo evento di grazia.

Nella prima lettura (Atti, 1,1-11) Luca, racconta a ciascuno di noi, che possiamo identificarci con quel Teofilo (amato/amante di Dio) a cui sono dedicati il suo Vangelo e gli Atti degli Apostoli, ciò che è accaduto al termine dei quaranta giorni in cui il Signore Gesù si è affiancato ai suoi discepoli dopo la risurrezione.

Nel significativo contesto conviviale che caratterizza tanti momenti della vita di Gesù, ancora una volta Egli istruisce i suoi sulla realtà del Regno di Dio; e poiché essi sono ancora legati all’idea della restaurazione di un regno terreno, promette lo Spirito Santo, che allargherà i loro orizzonti ben oltre i confini della Giudea e della Samaria, estendendoli “fino ai confini della terra”, dove dovranno portare la loro testimonianza. A questo punto la nube luminosa, come nella teofania del Tabor, lo sottrae ai loro occhi e due misteriosi personaggi biancovestiti annunciano il suo ritorno glorioso.

Si tratta di una separazione che viene vissuta nella serenità e nella gioia, come la prospetta Paolo nella seconda lettura, dalla lettera agli Efesini (1, 17-23). L’Apostolo si rivolge al Padre implorandolo di concedere ai fedeli di comprendere la speranza a cui sono chiamati in Cristo. E ricorda che il “tesoro di gloria” che il Padre vuole donare in eredità ai santi, cioè a coloro che credono in Lui, lo ha già pienamente reso manifesto quando ha fatto risorgere il Figlio e lo ha fatto sedere alla sua destra, nei cieli, come Capo della Chiesa, suo Corpo; per questo vediamo risplendere in essa la pienezza di Colui che è il compimento di tutte le cose.

Il Vangelo, dell’Anno A ci presenta il brano di Matteo 28, 16-20; nella sua brevità contiene spunti molto importanti per la nostra vita di cristiani oggi e ci fa sentire contemporanei con i discepoli della prima ora.

Innanzitutto, l’evangelista colloca l’evento del congedo di Gesù dagli Apostoli in Galilea, regione disprezzata perché si riteneva che lì la tradizione giudaica non fosse del tutto pura, trattandosi di una terra di confine con il mondo pagano, dove forme diverse di religiosità si mescolavano e contrapponevano.

Inoltre, Matteo sottolinea il fatto che sono undici coloro a cui Gesù dà appuntamento sul monte; si tratta perciò di una comunità ferita, mancante di un suo membro, che si è separato drammaticamente dal gruppo; e quelli che sono rimasti portano in sé la tremenda ferita della fuga dal Maestro nel momento della sua umiliante crocifissione.

Un’altra misteriosa sottolineatura che Matteo ci consegna è l’apparente contraddizione tra il prostrarsi degli Apostoli davanti al Signore, che così riconoscono la sua divinità, e il fatto che proprio in quel momento si rendono conto che ancora il dubbio li attanaglia.

Quale dubbio? Giustamente gli esegeti spiegano che non si tratta di un dubbio sulla risurrezione di Gesù, dal momento che lo hanno davanti; esso riguarda piuttosto la loro fede fragile, che li rende timorosi a compiere ciò che viene loro richiesto, perché proprio a loro il Signore affida la missione di essergli testimoni.

Se ci pensiamo, è un’esperienza che tutti facciamo, quando constatiamo la contraddizione tra l’intenso desiderio di vivere secondo il Vangelo e l’attuazione concreta del nostro percorso di fede, tribolato e segnato da ritardi e timori nella sequela di Cristo.

Gesù però non si spaventa per questo nostro dubitare, anzi si avvicina ai suoi -e a noi- confermando le nostre comunità dubbiose e ferite; e assicurandoci che a Lui è stato dato ogni potere, in cielo e in terra. Il Signore Gesù non teme di lanciarci un messaggio di fiducia, un rinnovato invio, che rinsalda la prima e mai revocata vocazione.

Come agli Apostoli, anche a noi ripete: Andate e fate discepoli tutti i popoli!

La Chiesa nel suo insieme, sparsa in tutto il mondo, può davvero raggiungere ogni nazione e ogni terra; e a ciascuno di noi è affidato il compito di “battezzare”, cioè immergere nell’Amore del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo ogni persona che incontriamo, mostrando con la vita quanto sia bello appartenere alla Famiglia di Dio.

È questa la preziosità della vita cristiana: possiamo comunicare, con la forza dello Spirito Santo che ci è stato donato, non una dottrina, ma una prassi di vita, che si radica nell’amore. Infatti, il fatto di osservare i comandamenti è la semplice conseguenza del profondo bisogno interiore di adeguare il proprio comportamento alle esigenze della Persona amata.

Possiamo farcela perché Gesù non ci lascia mai soli e ci accompagna nel cammino; e come si è presentato al mondo come Emmanuele, cioè Dio-con-noi, nell’incarnazione, nel tornare al Padre ci assicura: Sono con voi, giorno dopo giorno, sempre!

Per la riflessione personale

  • Sono consapevole che la vocazione missionaria della Chiesa si radica nello slancio d’amore che la spinge a far conoscere a tutti ciò che ha esperimentato; cioè che il disegno di salvezza divino è a favore di tutta l’umanità?
  • Siamo grati/e al Signore che nonostante le nostre fragilità continua a fidarsi di noi e ad affidarci il compito di essere suoi testimoni?

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