Domenica 17 Maggio (SOLENNITA’ – Bianco)
ASCENSIONE DEL SIGNORE (ANNO A)
At 1,1-11 Sal 46 Ef 1,17-23 Mt 28,16-20
di Sorella Michela Arnone🏠home
Dopo essere apparso per quaranta giorni, Gesù viene assunto al cielo, ci dicono gli Atti degli apostoli nel brano che leggiamo questa domenica. E così anche noi, quaranta giorni dopo la Pasqua, celebriamo questo mistero che si attualizza ancora. Rileggendo le letture – cosa sempre essenziale per poter seguire una riflessione in merito a esse – notiamo che gli Atti ci raccontano l’ascensione ma non Matteo. I due testi, così, sembrano quasi in tensione tra loro: da una parte siamo a Gerusalemme e Luca racconta, dopo 40 giorni di manifestazioni, di questo ultimo incontro con Gesù che termina con il suo salire verso il cielo. Matteo, invece, termina il Vangelo con questo unico incontro tra i discepoli e Gesù che avviene in Galilea e che termina con l’affermazione: «io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». Saremmo tentati di dare attenzione solo a una di queste due versioni o di dare peso a una di queste due verità, invece l’invito della liturgia è chiaro: i due aspetti vanno tenuti insieme. La vita cristiana, infondo, si gioca proprio su questo binomio: da una parte c’è l’evidenza dell’assenza fisica di Gesù, l’impossibilità di vederlo, di toccarlo, di interrogarlo così come facevano i discepoli; un’assenza fisica che può portare a sentire come evanescente la sua presenza, un’assenza fisica che sposta il piano della fede in Gesù a un livello molto interiore. Tale assenza fisica può comportare per l’uomo un’assenza pratica, al punto che Gesù non impatta veramente sulla vita, si è svincolati da Lui, così come una persona è libera di risposarsi dopo la morte del coniuge, come i beni passano in eredità ai figli dopo la morte del genitore, come la solitudine è profondissima dopo la morte di un amico caro. Esempi forti per dire come la presenza fisica di una persona impatti profondamente sulla nostra vita concreta. Anche l’assenza fisica di Gesù per gli uomini può produrre questo, rendendolo uno che non c’è o che comunque non impatta davvero sulla concretezza della vita e delle sue esigenze. Il Vangelo di Matteo, dall’altra parte, sembra dirci esattamente l’opposto: Egli è con noi tutti i giorni, fino alla fine; una promessa forte, impegnativa, in cui non si dice una presenza generica, ma una presenza concreta e reale. Tutti i giorni significa ogni giorno, in ogni cosa, in ogni vicenda della vita, in ogni condizione Egli è con i suoi discepoli. Matteo non ci racconta che Gesù sale al cielo, per Matteo quello che va sottolineato è che, in Gesù, Dio ha trovato un modo per esserci concretamente ogni giorno vicino ai suoi, in quelle forme straordinarie che solo Dio sa trovare e solo l’amore può comprendere, accogliere e di cui può godere.
Dentro a queste due realtà apparentemente opposte, però, dobbiamo anche notare un’altra cosa: in modi diversi, in entrambi i racconti, al centro delle parole di Gesù c’è la missione. I discepoli sono mandati a fare quello che Gesù ha fatto, ad annunciare il messaggio di Gesù, a portare la guarigione, la speranza e la salvezza che vengono da Dio; tutto questo attraverso questo dono misterioso dello Spirito santo che anche oggi viene promesso. Questa centralità della missione, senso profondo della vita della Chiesa, ricorda a ognuno di noi che non esiste vita cristiana senza missione, senza annuncio, senza testimonianza; non si tratta solo di credere: se crediamo, si tratta di trasmettere quest’annuncio e quella salvezza che abbiamo sperimentato nella nostra vita. Così nasce la Chiesa: plasticamente lo vediamo oggi anche nel fatto che gli Atti degli Apostoli si aprono così; salito Gesù al cielo, in attesa del suo ritorno come dichiarano i due uomini in vesti bianche, si apre il tempo della Chiesa, dunque il tempo della missione e dell’annuncio. Perché questo avvenga, però, dobbiamo comprendere meglio questo mistero dell’ascensione; il testo degli Atti degli Apostoli ci aiuta in questo senso.
Che Gesù sia portato verso il cielo il racconto lo ripete più volte e usando parole diverse: esse ci fanno entrare nel mistero dalla prospettiva degli occhi dei discepoli, quegli occhi citati al versetto 9. Il verbo usato al versetto 2, tradotto con “assunto”, letteralmente si può rendere con “preso verso l’alto”: è in forma passiva, dunque non è Gesù a fare qualcosa, ma qualcosa avviene a Lui, come per la Resurrezione; qui c’è un Altro che agisce. Come dalla posizione della morte Egli è fatto risorgere dal Padre e prende la posizione eretta dei vivi, così qui è “preso verso l’alto”: Colui che agisce è sempre il Padre. Ci conferma bene questa realtà la lettera agli Efesini della seconda lettura. Al versetto 9, poi, troviamo un altro verbo; si dice che Gesù “fu sollevato”, anche qui il verbo è passivo e il senso del salire verso l’alto è sottolineato anche dalla presenza della nube. Espresso in modo diverso torna anche qui il concetto del “prendere”, questa volta è prendere nel senso di “togliere”: la nube lo tolse dai loro occhi. Compaiono due uomini in vesti bianche, come alla Resurrezione, che annunciano a parole il mistero: lì hanno annunciato la Resurrezione, qui dicono che Gesù è stato preso verso l’alto, lo stesso verbo che c’era al verso 2, unito al termine cielo, che indica, più che un luogo fisico, il luogo in cui c’è Dio. I termini usati, allora, ci fanno comprendere due cose fondamentali: da una parte, che è Dio che sta agendo, dall’altra che i discepoli stanno vivendo l’esperienza dello sparire di Gesù, del suo essere preso, tolto, sottratto a loro e alla loro vista; essi stanno facendo un’esperienza di perdita e sottrazione. Anche quell’essere lì a guardare il cielo, cosa di cui vengono quasi rimproverati dai due angeli, significa fare l’esperienza di una perdita. Qualcosa è andato via, qualcosa può sembrare veramente perduto, qualcosa viene tolto e accade sotto gli occhi e non ci si può far nulla; ai discepoli accade con Gesù. Per noi è scontato, per loro che l’avevano appena riavuto dopo la morte, vederselo andare via così non deve essere stato semplice. Quest’esperienza che essi fanno oggi ha molto da dirci rispetto alla possibilità di lasciare andare; un’operazione interiore complessa, ma necessaria in tante fasi della vita. I discepoli hanno dovuto lasciar andare Gesù, accogliere che quella sua presenza scomparisse nella forma che sarebbe stata più rassicurante, per potersi trasformare in qualcosa di nuovo. L’esperienza di quell’assenza fisica ha potuto aprire i discepoli a scoprire, come Matteo scrive, che Gesù è in realtà con loro tutti i giorni, una presenza reale ma diversa, altra, trasformata. Quell’esperienza li ha potuti aprire alla promessa: Egli tornerà così come è andato via!
La nostra vita tante volte è fatta di sicurezze, di attaccamenti e quando delle cose cambiano a volte fatichiamo a lasciar andare davvero ciò che è passato, ciò che ora deve trasformarsi. La chiesa qui può iniziare perché quei discepoli hanno operato dentro di loro la preziosa arte del lasciar andare; deve essere stato faticoso per loro come lo è per noi, nelle tante situazioni della vita che viviamo. Di fronte ai lutti, ai fallimenti, a relazioni che non sono secondo le nostre attese, ai figli che crescono, ai lavori che svolgiamo, tante volte ci è richiesto di lasciar andare; congedarsi non è facile, richiede il prendere contatto profondo con quello che si perde, non sminuire il suo valore; ma richiede poi apertura alla vita, apertura a quella novità alla quale la vita vuole aprirci, anche nelle situazioni che possono sembrare più buie e senza esito. Se, invece, accogliamo nel profondo del cuore ciò che si trasforma, se ci fidiamo di Dio, ciò che si prepara per noi è molto di più di quello che potevamo immaginare o miseramente sperare per noi. Gesù non è più visibile dai suoi, eppure salendo al cielo porta in Dio la nostra umanità e lascia agli uomini il suo Spirito, con il quale essi annunceranno al mondo una possibilità completamente nuova di salvezza e vita piena. A Lui è stato dato ogni potere nei cieli e sulla terra, ci dice Matteo; detto altrimenti, è l’amore che ha potere non solo nei cieli ma, da Gesù in poi, anche sulla terra, è l’amore che ha vinto. Allora davvero non abbiamo nulla da temere, dopo la Pasqua i giochi sono fatti; siamo solo noi a dover scegliere sempre più profondamente da che parte stare, se da quella dei perdenti per Cristo, che in realtà con Lui vinceranno il mondo, o dalla parte del mondo che è senza Cristo e che ha già perduto la battaglia della vita.



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