Don Massimo Grilli Commento alla SANTISSIMA TRINITA’ (ANNO A)

Domenica 31 Maggio (SOLENNITA’ – Bianco)
SANTISSIMA TRINITA’ (ANNO A)
Es 34,4-6.8-9   Dn 3,52-56   2Cor 13,11-13   Gv 3,16-18

di Don Massimo Grilli Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano🏠home

Dire Trinità significa dire il volto di un Dio che è, allo stesso tempo tremendum et fascinans: assolutamente insondabile e assolutamente vicino, totalmente altro e totalmente prossimo, separato e in relazione intima. Dire Trinità, insomma, significa dire “mistero”. È stato detto che l’uomo moderno non ama il mistero, attratto com’è dalla manipolazione, dal calcolo e dall’utilità, ma il mistero della Trinità non schiaccia l’uomo, non lo umilia. Al contrario, lo esalta, perché permette di comprendere l’intimità di Dio e dell’uomo.

Prima lettura: Es 34,4b-6.8-9

La lettura dell’Esodo parla del rinnovamento dell’alleanza, dopo il peccato del vitello d’oro e la frantumazione delle tavole della legge. È proprio in questa circostanza che Mosè, desideroso di vedere il volto di Dio, si sente rispondere: «Tu non puoi vedere il mio volto, perché nessun uomo mi può vedere e rimanere in vita» (Es 33,20). Non a caso, uno dei simboli più comuni di Dio è la nube, che rivela e nasconde. Nel libro dell’Esodo la nube da una parte manifesta il volto del Dio che si mette a disposizione del popolo accompagnandolo nel cammino (13,20-22), dall’altra lo rende inaccessibile, coprendolo con la sua ombra e impedendo di vederlo faccia a faccia (Es 33,20).

È interessante che un ritornello biblico reciti cercate il mio volto, quando poi all’uomo non è concesso di vederlo. Un controsenso? No. Piuttosto un invito a vivere alla presenza del volto di Dio, senza aver paura dell’assenza. Dire volto significa dire vicinanza, ma anche alterità, perché il volto rivela e nasconde. Nel volto l’altro si fa prossimo, ma nel volto non tutto è già dato, non tutto è prevedibile e tanto meno dominabile. La tentazione dell’essere umano è di possedere l’altro/a, sottometterlo/a, invece di riconoscere che egli esiste prima di ogni mia iniziativa e ogni mio potere. L’affinità di pensieri, di modelli, di comprensione del mondo, la vicinanza insomma, deve tener conto della distanza.

La gioia dell’incontro viene, allora, preparata da un esercizio di scoperta faticosa, di avvicinamento laborioso a un volto che non è il nostro nemico, ma nemmeno il nostro complemento, perché di lui non si può disporre a proprio piacimento.

Il volto va cercato e Dio non deluderà l’attesa di chi lo cerca. Un midrash sulla morte di Mosè racconta che, quando venne l’ora del trapasso, l’anima del profeta si ribellò, rifiutando di lasciarlo. Mosè desiderava ardentemente entrare nella terra promessa e, a motivo di ciò, aveva ingaggiato una lunga ed estenuante lotta con JHWH, nella speranza di veder esaudito il suo desiderio, prima della morte. In suo aiuto vennero il cielo, la terra e le creature celesti. Il Signore però si mostrò irremovibile e non accolse la preghiera del suo servo. Ma quando venne l’ora, prese «la sua anima con un bacio della sua bocca, come è scritto (Dt 34,5): e Mosè, il servitore del Signore, morì là, nel paese di Moab, sulla bocca di JHWH».

Questo stupefacente midrash mostra che il Dio inaccessibile nei suoi misteriosi disegni, il Dio che tiene lontano il più grande dei profeti dalla terra promessa, è anche il Dio intimo, che non solo mostra il suo volto, ma dona anche il suo bacio. Secondo la tradizione ebraica, il bacio è la suprema epifania dell’amore, la parola autentica di comunione, perché la bocca è la sorgente del “soffio divino” (cf. Gen 2,7).

Il Vangelo: Gv 3,16-18

Giovanni ci ricorda che Cristo è il bacio di Dio al mondo, dato nel “soffio” del suo Spirito. Con questa metafora ardita possiamo forse esprimere il mistero trinitario. Metafora audace, ma non impropria se è vero che persino nella relazione più intima si nasconde un mistero. «Non è la stella più lontana ad essere il più grande mistero, ma al contrario tanto più vicina ci è una cosa, tanto meglio sappiamo qualcosa, tanto più misterioso questo diventa per noi. Non è l’uomo più lontano ad essere per noi il mistero più grande, ma proprio il più vicino. E il suo mistero non diminuisce ai nostri occhi, per il fatto che noi continuamente sappiamo di lui; al contrario, la vicinanza ce lo rende sempre più misterioso. Si ha la massima profondità di ogni mistero quando due persone giungono ad essere così vicine fra di loro, da amarsi reciprocamente. In nessuna situazione del mondo l’uomo avverte, come in questa, la forza del mistero e il suo dominio. Quando due persone sanno tutto l’una dell’altra, il mistero della vita diventa fra di loro infinitamente grande. E solo in questo amore si comprendono reciprocamente, sanno tutto l’uno dell’altro, si conoscono per intero. Eppure, quanto più si amano e quanto più sanno l’uno dell’altro nell’amore, tanto più profondamente si rendono conto del mistero della loro vita. Dunque, il sapere non supera il mistero, ma lo approfondisce. Che l’altro mi sia così vicino, questo è mistero più grande». Questo toccante passo di Dietrich Bonhoeffer descrive non solo il mistero della vicinanza di Dio all’uomo, ma l’essere stesso di Dio: Padre, Figlio e Spirito. Per il credente l’amore – vero mistero della convivenza umana – ha senso solo in riferimento alla relazione intra-trinitaria tra Padre, Figlio e Spirito Santo. Dio è amore e chi rimane nell’amore rimane nel grande mistero di Dio che «non inviò il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo si salvi per mezzo di lui».


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