Domenica 7 Giugno (SOLENNITA’ – Bianco)
SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO A)
Dt 8,2-3.14-16 Sal 147 1Cor 10,16-17 Gv 6,51-58
di Figlie della Chiesa🏠home
In questa domenica celebriamo la Solennità del Corpus Domini.
Si tratta di una Festa molto antica, sorta anche per contrastare l’eresia di Berengario di Tours, che sosteneva la presenza solo simbolica di Gesù nell’Eucaristia; venne celebrata per la prima volta nelle diocesi del Belgio nel 1247, poi estesa a tutta la Chiesa Cattolica Romana nel 1265 da Papa Urbano IV, a seguito del miracolo eucaristico di Bolsena.
La Prima lettura, tratta dal Deuteronomio (8,2-3), ricorda il momento della presentazione della Legge del Signore al popolo d’Israele da parte di Mosè, col forte appello a non abbandonare mai la memoria dell’aiuto premuroso e costante del Signore in tutte le sofferenze del pellegrinaggio nel deserto; non ultima quella della fame, superata con il dono della Manna, un cibo che non avevano mai visto né conosciuto.
Fin dai tempi più remoti la Chiesa e i primi Padri hanno intravisto nell’immagine della Manna il Mistero dell’Eucaristia.
Il Salmo responsoriale ripropone alcuni versetti del Salmo 147 (Volg. 12-15,19-20) che ricordano la benevolenza del Signore e tutte le attenzioni che continua a fornire agii Israeliti, assicurando loro la sicurezza politica e la pace, la fecondità, la prosperità economica; soprattutto garantendo la Sua Presenza continua attraverso la Parola, che li guida ed illumina, rendendoli un popolo unico in tutto il mondo.
La Seconda lettura riporta un brevissimo brano della Prima lettera di Paolo ai Corinzi (10, 16-17) che si colloca nell’ambito della disputa all’interno della comunità dei Corinti sugli Idolotiti: cioè la carni degli animali sacrificati nei riti pagani; esse, spiega Paolo, csi potrebbero anche utilizzare, dal momento che esiste comunione con divinità fasulle; tuttavia, siccome ci possono essere fratelli di fede più debole, per far prevalere la Carità e non creare scandalo, è meglio evitare di mangiarle.
E proprio a conclusione di questo ragionamento troviamo la bellissima considerazione fa sul significato della mensa Eucaristica: le benedizioni del calice di cui parla l’apostolo si riferiscono ai gesti rituali di Gesù nell’Ultima Cena; Egli, trasformando il pane e il vino nella sua Carne e nel suo Sangue, crea una Comunione piena con la nostra realtà umana, che viene assimilata alla Sua. Di conseguenza, tra tutti i fratelli che partecipano al Banchetto si realizza in Cristo quella profonda unità, che è la sostanza dell’essere Chiesa!
La Sequenza è una tipicità di questa liturgia, si tratta di una composizione poetica di tipo innico, da eseguire preferibilmente in canto, inserita dopo la seconda lettura e riservata alle celebrazioni più importanti. Attualmente, nel corso dell’Anno liturgico ne incontriamo soltanto cinque; due sono obbligatorie, Victimae Paschali Laudes a Pasqua e Veni Sancte Spiritus a Pentecoste; le altre tre sono facoltative: Lauda Sion Salvatorem, nella solennità appunto del Corpus Domini; Stabat Mater, nella memoria della Vergine Addolorata e Dies Irae nelle cerimonie funebri.
La Sequenza odierna, composta da San Tommaso d’Acquino proprio in occasione dell’istituzione della festa da parte di Papa Urbano IV, è molto bella dal punto di vista poetico, ma è ancor più preziosa per i profondi contenuti teologici. Vale la pena di riportarne alcuni:
“è certezza a noi Cristiani: si trasforma il pane in Carne, si fa sangue il vino”; qui viene confermata la realtà della presenza di Gesù nelle specie del pane e del vino; dunque, presenza reale e non solo simbolica, come pretendeva l’eresia di Berengario di Tours e poi di alcuni Protestanti. La presenza di Gesù nell’Eucaristia è reale anche se non è apprezzabile coi sensi: “Tu non vedi, non comprendi, ma la fede ti conferma”.
Viene anche sottolineata l’Unità ed Integrità della Persona di Cristo nelle specie del pane e del vino: “Mangi Carne, bevi Sangue: / ma rimane Cristo intero / in ciascuna specie”. E sebbene il pane venga spezzato, ed il vino versato, per essere distribuito ai fedeli, Gesù rimane unico ed indiviso: “Siano uno, siano mille/ugualmente lo ricevono; / mai è consumato”.
Nel brano del Vangelo secondo Giovanni (6, 51-58), non c’è un riferimento esplicito all’istituzione dell’Eucaristia, come potremmo aspettarci, ma viene riferita una parte del lungo discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao.
È opportuna una premessa: ci troviamo nel periodo successivo al miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci; la folla che vi aveva assistito era alla ricerca di Gesù, col proposito di proclamarlo re di Israele. Gesù però li accoglie subito con un rimprovero nei confronti dei loro propositi e idee, perché essi cercavano soltanto il pane, cioè la soluzione dei problemi economici. Infatti, quando propone Se stesso come pane disceso dal cielo per la Vita Eterna, suscita lo scetticismo degli ascoltatori, che si chiedono: “Ma non è il figlio di Maria e Giuseppe?… mostrando che la loro conoscenza dell’identità di Gesù costituisce un ostacolo per la loro fede… cosa che può accadere anche a noi quando ci mettiamo ad affrontare i fatti soprannaturali senza rinunciare ai nostri pregiudizi.
A questo punto entriamo in pieno nella lettura di oggi, con l’affermazione di Gesù: “Io sono il Pane Vivo disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane, vivrà in eterno; ed il pane che Io do è la mia carne per la vita del mondo”.
È la dichiarazione precisa ed ufficiale di quale sia la sua missione nel mondo e quale sia la grandezza del dono che il Padre ci ha fatto donandoci il Figlio.
Ma qui succede un fatto un po’strano: chi risponde a Gesù non è più la folla che lo aveva seguito; il soggetto cambia: sono i Giudei (la versione interconfessionale del Nuovo Testamento traduce: “gli avversari di Gesù”, perché sembra sia proprio questo il significato che, per lo più, Giovanni dà a questo termine), i quali protestano: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”
In realtà, l’obiezione espressa dai Giudei non meraviglia: non è pensabile che un uomo dia la sua carne da mangiare ad altri, se non in riti di cannibalismo; e l’idea di mangiare la carne di un altro uomo è di per sé ripugnante. Se però ascoltiamo senza pregiudizi le parole successive di Gesù, si capisce bene che Egli si riferisce non all’atto materiale del mangiare, non ad un alimento qualsiasi per la vita fisiologica, ma a un reale e vero alimento spirituale per la Vita Eterna: vero, necessario, indispensabile: “Se non mangiate la Carne del Figlio… e non bevete il Suo sangue, non avrete in voi la vita; chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue ha la vita Eterna ed Io lo resusciterò nell’ultimo giorno”.
Senza l’Eucaristia non c’è Vita Eterna!
Possiamo aggiungere un’altra considerazione nei confronti del concetto di “Comunione”: “Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue rimane in Me, ed Io in lui”.
Il verbo “rimanere” (in greco: menein) è fondamentale in Giovanni, che lo usa più di 40 volte nel suo Vangelo. Viene tradotto comunemente “rimanere” o anche “dimorare”, ma esso significa molto più che una semplice permanenza spaziale o temporale: esprime una relazione di reciprocità ed interiorità, una vera e propria Comunione, una con-presenza reale e continua.
Consumare il Corpo ed il Sangue di Gesù crea una competa fusione tra la persona di chi Lo riceve e la Persona stessa di Gesù; è il mistero del Sacramento dell’Eucaristia che, per questo, è noto anche come Comunione.
C’è infine una frase conclusiva che allarga ulteriormente il concetto di Comunione: “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me”. Si tratta di una proposizione un po’ complessa e forse anche non troppo chiara; mi pare che si possa interpretare nel senso che la Comunione esistente fra il Padre ed il Figlio è così completa che si concretizza nella vita corporea del Figlio; e così avviene anche per la Comunione che si instaura fra Gesù e chi mangia la sua Carne.




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