Rosalba Manes”Vero cibo, vera bevanda”

Domenica 7 Giugno (SOLENNITA’ – Bianco)
SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO A)
Dt 8,2-3.14-16   Sal 147   1Cor 10,16-17   Gv 6,51-58

di Rosalba Manes🏠home

Nella solennità del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, l’autore del IV Vangelo ci fa entrare nel mistero del dono per eccellenza, cioè nel mistero del Cristo che si dona al punto da farsi cibo e bevanda per l’umanità di tutti i tempi. Divenendo nutrimento per noi, egli, in comunione con il Padre, desidera trasmetterci le sue stesse qualità. Nel discorso del capitolo 6, Gesù si presenta come pane, non come un pane qualunque però: egli è il pane della vita, un pane diverso quindi da quello che troviamo sulle nostre mense, perché «vivente», vitale e vivificante; è un pane la cui origine è il Cielo, cioè Dio, e che è disceso per giungere a noi; è un pane che non è fatto di grano ma della carne stessa di Cristo donata «per la vita del mondo».

I Giudei che lo ascoltano si scandalizzano delle sue parole, come se facesse riferimento a qualche strana pratica antropofaga, ma egli insiste ribadendo che solo chi mangia la carne e beve il sangue del Figlio dell’uomo riceve la vita senza fine.

Come non è possibile stare al mondo senza mangiare e senza bere, così senza credere in Cristo è impossibile ricevere la vita eterna. Dopo aver insistito sulla necessità di nutrirsi, Gesù ricorda inoltre che il mangiare rappresenta un atto di comunione tra chi dà la vita e chi la riceve. Mangiare Cristo pertanto significa assimilarlo, cioè conformarsi a lui in tutto, vivere con lui, in lui e di lui. Quando poi s’instaura una relazione intima con qualcuno, la persona non vive più per se stessa, ma comincia a dare spazio all’altro, ad accoglierlo in sé e a lasciarsi accogliere.

Parlando di «carne» e di «sangue» Gesù allude alla Croce, dove egli dona il suo corpo e versa il sangue del vero agnello pasquale che salva dalla morte. La carne di Gesù non è solo da mangiare (in greco phágo o esthío), ma anche da «masticare» (trógo) per poterla assimilare bene. Si tratta di metafore del credere che dicono che nell’eucaristia riceviamo davvero il Figlio di Dio Padre, riceviamo il dinamismo della sua vita filiale e veniamo divinizzati.

Poi Gesù accenna alla manna – dall’esclamazione degli Israeliti man hu’, «che cos’è?» alla vista di questa sostanza mai vista – che era solo una prefigurazione del pane vivente che Cristo dà e che Cristo è. Essa era una sostanza ricca di zuccheri e carboidrati dal «sapore di una focaccia con miele» (Es 16,31). Il brano di Nm 11,7-8 ci offre dettagli sulla consistenza, sul sapore e persino sulla cottura della manna: essa «era come il seme di coriandolo e aveva l’aspetto della resina odorosa. Il popolo andava attorno a raccoglierla, poi la riduceva in farina con la macina o la pestava nel mortaio, la faceva cuocere nelle pentole o ne faceva focacce; aveva il sapore di pasta cammino del deserto era un importante segno della premura di Dio e della sua assistenza. Ora però il Padre della vita non manda un nutrimento utile a “sopravvivere”, ma manda il Figlio suo perché con col suo corpo e il suo sangue, cioè con la sua vita donata, possa comunicare al mondo la vita divina, diversa dalla semplice sopravvivenza perché vita in pienezza, vita sovrabbondante. È questo cibo che salva l’umanità!


Reazioni nel fediverso

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