Domenica 7 Giugno (SOLENNITA’ – Bianco)
SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO A)
Dt 8,2-3.14-16 Sal 147 1Cor 10,16-17 Gv 6,51-58
di Don Paolo Zamengo
Il Vangelo di oggi è racchiuso in poche parole: il pane e vita,
mangiare è vivere. Vivere è il nostro canto, vivere è il cuore di
ogni preghiera, vivere per sempre è la nostra speranza, vivere
amati è la nostra forza.
Ma il vangelo ci pone una domanda: che cosa ti fa’ vivere? Vivi di persone? Vivi di progetti e di ideali, di passioni e di talenti? Vivi di terra, che ti sostenta e ti governa come diceva S. Francesco? Vivi soprattutto delle tue sorgenti, come accade per ogni fiume, come accade per ogni albero stretto alle sue radici. L’uomo non vive di solo pane. Anzi, di solo pane l’uomo muore. Ma vive di quanto esce dalla bocca di Dio. Io vivo di un Altro! Dalla bocca di Dio vengono parole che creano luce-acqua-terra-vento. Viene il cosmo, viene l’alito di vita che fa di un grumo di polvere un essere vivente. Dalla bocca di Dio vengono i miei fratelli che sono parola di Dio, respiro di Dio; viene il bacio d’amore con cui inizia e finisce la vita. La prima lettura ci dice: ricordati di tutto il cammino che il Signore ti ha fatto percorrere. Ricorda perché l’oblio è la radice di tutti i mali. Ricordati del cammino che hai fatto, cioè delle sorgenti e poi del salire, del fiorire e del crescere. Ricordati del vento del deserto, di quanto era bello avere l’anima affaticata dalla nostalgia di cose lontane. Ricordiamoci che essere con Dio è il contrario dello smarrirsi e del perdersi fra le dune del deserto. Ricorda tutto il pane sceso all’improvviso quando non l’aspettavi più. Tutti possiamo raccontare del nostro viaggio nella vita non soltanto le ferite ricevute, non solo le fatiche superate, gli errori fatti, ma l’acqua scaturita un giorno all’improvviso quando credevamo di non farcela più. E dal cielo è arrivato qualcosa, una forza, un amore, un amico, un bacio, un canto. Improvvisi squarci si sono aperti a ricordarci che non viviamo da soli, chiusi nel cerchio tragico dei nostri problemi, ma che c’è sempre per noi un amore che ci avvolge e dà senso alla storia del nostro camminare. Se siamo sopravvissuti, se non siamo diventati anche noi un deserto, terra spenta e inospitale, lo dobbiamo a un Altro. Noi viviamo di Dio. Ricordare è dialogare con la mia storia, rimanere unito alla mia sorgente. Allora in ogni messa, con in mano quel piccolo pane, con nel cuore un episodio santo, dialogando con Dio senza fine, come Israele di fronte alla manna: man hu? In aramaico significa che cos’è? Man-hu è Dio in cerca della fame e della sete dell’uomo. Che cos’è? È Gesù Cristo, fame del cuore per chi è sazio di solo pane. Che cos’è? È Gesù che viene donandosi a me e a te. Prendete e mangiate. Gesù si dona a tutti noi che viviamo di pane ma anche del miracolo di Dio.
La processione del Corpus Domini.
La Chiesa esce dalle chiese ed incontra la città, la pervade, la segna. L’espressione pubblica mite e festosa della fede in un rapporto salvifico tra il cielo e la terra non ha niente da spartire con le manifestazioni pubbliche con cui le nazioni, i regni, i gruppi sociali della politica cercano visibilità e affermano potere. Qui l’onore è conteso, là, nei cortei religiosi, l’onore è dato. In generale l’espressione pubblica dei valori condivisi ‘fa’ la comunità, dà il senso di appartenenza, è un’affermazione dell’identità collettiva. Stando alla cultura e alle derivazioni religiose confluite nella tradizione popolare italiana, Benedetto Croce, il filosofo, poteva dire degli Italiani: “Non possiamo non dirci cristiani”. Se questo bastasse potremmo religiosamente accettare l’aborto, potremmo piamente giustificare il riarmo in vista di un nemico prossimo venturo, in barba ai sacri valori del Cristianesimo e della Costituzione. Si vis pace para bellum (se vuoi la pace prepara la guerra) vale ancora ma si omette di riconoscere che questo detto fu coniato da una potenza imperialista. In conclusione, se ci allietano i cortei del Corpus Domini che richiamano una rasserenante condivisione di riferimenti religiosi (per quanto socialmente non più operanti), se ci allieta trovarci immersi nell’atmosfera festosa delle ‘infiorate’ su cui procedono i parroci che recano l’ostensorio sotto l’ombrello d’onore con le confraternite in divisa e la folla che canta e prega, tutto questo non sostituisce la necessità di un confronto personale con il ‘Segno’, il centro dell’annuncio: l’Eucarestia. Capita di sentir dire, per desiderio di amore: ti mangerei, ti mangio con gli occhi. Lo dicono i fidanzati, lo dice la mamma al suo bambino ed in effetti i suoi baci più calorosi sono baci-morsi. Lui piagnucola ma è felice. È una metafora, lo so, ma resta il fatto che ‘mangiare l’altro’ è un’espressione fisica di un amore spirituale. Un bisticcio linguistico. Con Gesù la cosa ha un senso concreto. Effettivamente Egli dà sé stesso, la sua carne e il suo sangue e istituisce così l’Eucarestia. Non è più una metafora, non un ‘qui pro quo’, un’apparenza, una magia… Prima di tutto è la fede. Così recita la sequenza: quel pane è vera carne, quel vino è vero sangue, secondo quel che succede poche ore dopo l’ultima cena. Non si può equivocare: Gesù dà se stesso sulla croce. Non c’è niente di bello da vedere, è tutto e solo dolore come è per tanti crocifissi di ieri e di oggi. Il dolore è lo stesso di ogni uomo. Ma ciò dice anche quanto grande sia il suo amore se Gesù ha fatto questo liberamente per ‘amicizia’. Quella ‘sua’ croce, e non tutte le croci che si innalzano al mondo, è luogo di salvezza per quel ‘suo’ amore. Chi mangia di me mangia il mio amore. È un’altra cosa che non tutti capiscono: non ci salva l’obbedienza, neppure le prestazioni, le qualità, né la nostra capacità di amare. L’amore stesso è venuto dall’alto in Gesù e si offre a tutti. Chi ne sa e ne mangia è felice, chi non ne vuol sapere non ne sa. La celebrazione del Corpus Domini ne è la testimonianza pubblica, ad onta di quanti vorrebbero ridurre la fede a sola questione privata.




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