Domenica 7 Giugno (SOLENNITA’ – Bianco)
SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO A)
Dt 8,2-3.14-16 Sal 147 1Cor 10,16-17 Gv 6,51-58
di Sr.Chiara Emanuela Monastero di Bra🏠home
La solennità del Corpo e Sangue del Signore ci conduce al cuore stesso della fede: un Dio che non rimane lontano, ma che entra nelle nostre strade, nelle nostre case, nelle nostre ferite. Le “belle strade infiorate” che accolgono il passaggio dell’Eucaristia ricordano che Dio cammina nella vita reale, quella fatta – come dice il commento – di “grandezza e miseria, gioie e sofferenze, passioni e tradimenti”. È proprio lì che il Signore vuole essere trovato: non in un altrove spiritualizzato, ma nel concreto della nostra umanità.
Il Vangelo di Giovanni ci presenta Gesù come Pane vivo, offerto per la vita del mondo. Non un simbolo, non un gesto devoto, ma una realtà che tocca la carne dell’uomo. Il commento ricorda che la carne del Figlio “offre se stessa per dare vita” ed è l’opposto di un narcisismo che cerca solo di salvare il proprio corpo. Qui risuona forte la voce di Francesco d’Assisi, che nell’Eucaristia vedeva il luogo dell’umiltà di Dio, il suo abbassarsi fino a farsi piccolo, fragile, consegnato. Per Francesco, l’Eucaristia è lo specchio in cui il cristiano impara a riconoscere la propria verità: si vive solo donandosi, perché “chi vuole salvare la propria vita la perde”, mentre “solo chi la dona la salva”.
Il discorso del Pane di vita nasce da una ricerca interessata delle folle, che avevano visto in Gesù un taumaturgo capace di saziare la fame materiale. Ma Gesù risponde a un’altra fame, più profonda: quella di senso, di dignità, di vita vera. “L’uomo è più di quanto egli stesso sia portato a percepire”. Anche qui Francesco ci accompagna: per lui l’uomo vale quanto vale davanti a Dio, e nulla più. L’Eucaristia diventa allora il luogo in cui Dio restituisce all’uomo la sua grandezza, ricordandogli che non è fatto per consumarsi nei suoi appetiti, ma per essere abitato da una vita che non finisce.
Gesù si presenta come “pane vivo disceso dal cielo”, e invita a “mangiare la sua carne e bere il suo sangue” Pagina corrente. Parole forti, scandalose, che ancora oggi possono essere fraintese. Ma Giovanni le illumina con un verbo decisivo: rimanere. “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui”. L’Eucaristia non è un rito isolato, ma un modo di abitare la vita, un legame che trasforma il cuore e le relazioni. Francesco lo esprimeva con la sua esistenza: rimanere in Cristo significa rimanere nell’umiltà, nella fraternità, nella pace, nella misericordia. Significa lasciarsi plasmare da Colui che si dona, fino a diventare anche noi pane spezzato per gli altri.
Il commento ricorda che l’uomo, da sempre, “ha intrapreso pellegrinaggi alla ricerca della vita”. Francesco è il pellegrino per eccellenza: non trattiene nulla, non possiede nulla, cammina libero perché sa che la vita non viene da sé, ma è ricevuta. L’Eucaristia è il viatico del pellegrino, la forza che sostiene nel deserto, la luce che guida verso la libertà. È la celebrazione della “vittoria della vita sulla morte”, una vittoria che non si impone con potenza, ma si consegna nell’umiltà di un pezzo di pane.
Alla fine, il Corpus Domini ci pone domande esigenti: “L’Eucaristia parla ancora di vita? Il pane che mangiamo trasfigura le nostre relazioni?”. Sono interrogativi che Francesco avrebbe accolto con radicalità. Per lui, non si può adorare Cristo nell’Ostia e non riconoscerlo nel fratello; non si può ricevere un Pane spezzato e non spezzare la propria vita; non si può rimanere in Cristo senza rimanere nella fraternità.
Il Dio che si fa Pane è il Dio che si fa Fratello. E chi mangia questo Pane è chiamato a diventare fratello per gli altri, presenza di pace, di misericordia, di vita donata.



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