Domenica 7 Giugno (SOLENNITA’ – Bianco)
SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO (ANNO A)
Dt 8,2-3.14-16 Sal 147 1Cor 10,16-17 Gv 6,51-58
di Don Massimo Grilli Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano🏠home
Sulle strade infiorate che in alcuni luoghi, ancora oggi, accolgono il passaggio dell’eucaristia, nei giorni feriali corre la vita: con le sue gioie e le sue sofferenze, le sue passioni e i suoi tradimenti, la sua grandezza e la sua miseria. Nelle letture odierne, tutto questo trova spessore e senso, perché l’eucaristia è il memoriale della vita, divenuta carne nel Figlio dell’uomo che offre se stesso per la salvezza del mondo.
Prima lettura: Dt 8,2-3.14b-16a
«Ricorda!» è la prima parola della lettura odierna, tratta dal Deuteronomio. Per l’uomo distratto e frettoloso di oggi non è facile ricordare; tutto passa così in fretta che non si ha il tempo neppure di percepire profondamente il senso della vita che scorre. Eppure l’uomo non può vivere senza memoria; tanto meno il credente, che ogni domenica è chiamato a celebrare il mistero eucaristico, a fare memoria della morte e risurrezione del Signore, fino al giorno in cui egli ritorni. Tutto il capitolo ottavo del Deuteronomio è percorso dal comando di non dimenticare, con un’insistenza tale da lasciar trasparire non solo il significato ovvio del termine, ma anche l’invito a cogliere e a custodire il senso profondo dell’evento. Il memoriale, nel linguaggio biblico, è molto più che un semplice ricordo; lo zikaron è un “rendere presente” l’evento, riscoprendone il senso profondo e rivivendolo.
Ma, che cosa Israele è chiamato a ricordare? La risposta è nelle righe che seguono: il deserto. Israele non deve dimenticare che il suo percorso dalla schiavitù alla libertà è avvenuto attraverso il deserto, un viaggio che Dio ha voluto prima di entrare nella terra promessa. La ragione di questa marcia in terra arida è riassunta fondamentalmente nella necessità di conoscere cosa il popolo aveva nel cuore. E dunque, il deserto, non è un castigo per il peccato (in altri testi biblici si parla anche di questo), ma una condizione dell’essere umano nel cammino della sua vita, la sua esistenza autentica, liberata da tutti gli orpelli e surrogati che, in tempi normali, sorreggono le persone. La cultura dell’Occidente è nata all’insegna della fiducia nel progresso e nelle possibilità umane. Una porzione fortunata dell’umanità ha imparato a impregnare di potenza salvifica i propri progetti, con una fiducia piena nelle conquiste della storia. Con il deserto, il libro del Deuteronomio richiama l’uomo a esaminare veramente se stesso, a comprendere ciò che alberga nel proprio cuore, e a mettere in discussione le immagini di sé e quelle di Dio, che ha costruito e costruisce ancora, giorno do giorno: immagini che trasudano onnipotenza e sopruso e si cibano di calcoli e menzogne.
Mettere alla prova, nella Bibbia, non equivale al sadico accertamento della verità da parte di un Dio nemico che vuole stanare l’essere umano, ma alla verità necessaria nella vita di relazione. Dio è un Padre che «educa» con la sua parola e il suo silenzio, il suo agire e il suo ritrarsi. Nel deserto l’uomo impara a conoscere – e a riconoscere – la sua nuda condizione di uomo, perché nel deserto non si semina e non si raccoglie, non si coltivano campi e non si accumulano tesori. In questa condizione di essenzialità estrema, l’essere umano riconosce il proprio limite, rinunciando a distruggere chiunque si oppone al suo delirio di onnipotenza, impara a misurare le speranze non sul compasso dei desideri di chi è sazio e insoddisfatto, ma su quello dei bisogni fondamentali, che si chiamano pane da mangiare, acqua da bere…
In questa esperienza di nudità, l’uomo ritrova la sorgente della vita, nella scoperta che solo Dio è Dio, capace di nutrire e dissetare, saziare e amare. Ogni autentico credente potrebbe testimoniare come, nel deserto, un giorno, Dio abbia fatto sgorgare per lui acqua dalla roccia. È questo il cammino e la prova a cui è chiamato ogni uomo che crede: ritrovare il senso della vita, non nell’onnipotenza delle proprie mani, ma nella fiducia nella Parola di Colui che non inganna. Proprio come avvenne ad Elia – quando si trovò nel deserto, in preda alla disperazione, e con una gran voglia di morire. A lui Dio inviò il suo angelo, per sfamarlo e dissetarlo, e dargli la forza necessaria a camminare ancora nella landa desolata, fino al monte di Dio. Una metafora, questa, che rappresenta bene la vita di ogni essere umano.
Il Vangelo: Gv 6,51-58
Il brano del Vangelo permette di approfondire le riflessioni appena concluse. Siamo nell’ultima parte del lungo discorso di Gesù sul “pane di vita”, discorso che abbraccia la maggior parte del capitolo sesto del Quarto Vangelo. Un pensiero profondo e provocante, a tal punto che, alla sua conclusione, molti non capiscono e altri se ne vanno. Un discorso, nato da una ricerca interessata delle folle, attratte da un Gesù taumaturgo, che – con pochi pani e pochi pesci – aveva risolto la loro fame, dando cibo a sazietà. Le folle vanno a lui attratte dai suoi prodigi, ma Gesù risponde a un altro bisogno, perché il Messia non è venuto a soddisfare gli appetiti umani, per quanto importanti essi possano apparire. Dio non è il Dio delle illusioni, ma della verità e la verità è che l’uomo non può essere misurato solo con il metro dei suoi stimoli primordiali. L’uomo è più di quanto egli stesso sia portato a percepire e a pensare, ed è a questa “ulteriorità” che Gesù si rivolge con il discorso sul “pane di vita” disceso dal cielo.
Ritorna il tema che Giovanni aveva sviluppato in occasione dell’incontro tra Gesù e la donna di Samaria che era andata, come ogni giorno, ad attingere acqua al pozzo di Giacobbe. A lei l’uomo giudeo straniero aveva indicato se stesso come acqua viva che zampilla e disseta per sempre. Ora Gesù si presenta a tutti come il pane vivo: «Io sono il pane della vita: chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete» (Gv 6,35). «Mangiare la carne del Figlio dell’Uomo e bere il suo sangue» fa certamente riferimento all’eucaristia e Gesù assicura che questo cibo, e non altri, dona quella vita che l’uomo cerca nel profondo, una vita che non si dissolve con l’esaurirsi delle stagioni. Da sempre gli esseri umani hanno intrapreso pellegrinaggi alla ricerca della vita. Da sempre hanno lottato per superare la loro condizione di essere segnati dall’inconsistenza e dalla morte. A questa condizione umana risponde il mistero eucaristico che è la celebrazione della vittoria della vita sulla morte. Non a caso l’evangelista utilizza qui uno dei suoi motivi più cari, quello del rimanere, mettendo sulla bocca di Gesù le parole: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me ed io in lui». All’essere umano non è dato di rimanere, solo Dio rimane. E tuttavia, la partecipazione all’eucaristia è garanzia di un dono di vita che non si esaurisce perché è dono di Dio.
Il rifiuto di questa sapienza è possibile e non è nuovo nella Bibbia; non meraviglia dunque che, dopo il discorso di Gesù, alcuni se ne vadano. Del resto, anche nel deserto, la generazione dei padri perì per non aver creduto alla Sapienza di Dio. Per vivere è necessario rimanere: rimanere nell’Amore.




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