Domenica 21 Giugno (DOMENICA – Verde)
XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Ger 20,10-13 Sal 68 Rm 5,12-15 Mt 10,26-33
di Rosalba Manes🏠home
Nella XII domenica del tempo ordinario Matteo schiude per noi la ricchezza dei tesori contenuti nel secondo grande discorso che Gesù pronuncia: il discorso missionario (Mt 10,5-42). Dopo aver estratto ciascuno dei Dodici dall’anonimato chiamandoli alla sua sequela, Gesù comunica loro la sua stessa autorità (exousía, che vuol dire anche «potere»), coinvolgendoli nel dinamismo operativo della sua tenerezza e compassione verso le folle sbandate e bisognose di cura e prossimità, binomio che rappresenta la spinta propulsiva dell’azione missionaria.
L’invio in missione da parte di Gesù non contempla solo o soprattutto un fare, ma anche uno stile ben preciso, una testimonianza che riguarda sia la qualità del proprio dire che l’atmosfera del proprio agire. Per questo Gesù esorta i suoi alla fiducia incoraggiandoli a non temere; rivolge loro quell’invito che Dio stesso – come attesta ogni racconto biblico di chiamata – indirizza al suo interlocutore in risposta all’esitazione o all’obiezione che sorge dinanzi alla percezione del divario tra la grandezza del compito assegnatogli e la pochezza delle proprie capacità.
L’immagine del proclamare nella luce e dell’annunciare sul tetto quanto ascoltato dal Maestro rafforza l’idea che la missione deve possedere come suoi segni distintivi i tratti tipici della rivelazione: l’aspetto pubblico e l’intellegibilità. Un missionario deve superare ogni forma di timidezza e vergogna e fare in modo che le sue parole siano chiare e comprensibili perché raccontano un evento che, lungi dall’essere esoterico e destinato a pochi, si è reso visibile e conoscibile a tutti. Il missionario, infatti, è colui che mette a disposizione degli altri quella speciale intimità instaurata con il Maestro, che non è solo il dono che egli fa agli altri, ma è anche la sua stessa forza e ricchezza.
Oltre che alla parresia o alla franchezza nell’annunciare quanto ascoltato da Gesù, i missionari sono invitati anche al coraggio, a non temere cioè i carnefici e la morte stessa. L’unico di cui si dovrebbe aver timore è Dio, che solo ha il potere di sul destino ultimo di ogni creatura. Egli, però, non è un Dio che spaventa l’uomo. È piuttosto colui che mantiene in vita la creazione per mezzo della sua provvidenza e che ha a cuore la vita di ogni creatura. L’immagine dei due passeri che costano un soldo dice che essi valgono poco agli occhi degli uomini ma non così agli occhi di Dio, come recita il detto rabbinico che Gesù riferisce: «nessun uccello viene catturato senza il volere del cielo» (Bereshit Rabbà).
Se Dio dunque è attento agli uccelli, quanto più sarà premuroso nei confronti di chi è creato a sua immagine e somiglianza. Si tratta di un argomento a fortiori (in ebraico qal-waḥomer) che contempla il passaggio da una cosa meno importante a una più significativa: se Dio si prende cura di creature di poco conto, quanto più avrà cura degli esseri umani, come emerge dall’espressione iperbolica: «perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati»! Per questo motivo invece di temere conviene restare aggrappati alla verità del grande valore che i missionari hanno agli occhi di Dio.
Una volta acquisito l’atteggiamento della fiducia, della parresía e dell’abbandono alla divina Provvidenza, i discepoli missionari potranno proclamare (verbo homologhéo) la fede in Gesù davanti agli altri. Questa confessione equivale a un dichiararsi pubblicamente a favore di Gesù, un riconoscere lui e un riconoscersi in lui.
La missione quindi non è questione di imprese eroiche da compiere, ma è relazione viva con una persona da far conoscer e attorno alla quale far ruotare la vita e le vie del proprio cuore: Cristo Gesù, Maestro e Salvatore.




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