Domenica 21 Giugno (DOMENICA – Verde)
XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Ger 20,10-13 Sal 68 Rm 5,12-15 Mt 10,26-33
di Don Massimo Grilli Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano🏠home
Chi crede conosce il travaglio del cammino di adesione a Dio e a Cristo. Difficoltà esterne e interne, provocate da eventi storici e crisi personali, mettono continuamente a repentaglio il fragile ramoscello di fede, che cresce a fatica nei deserti della storia. A volte, sembra che la vita voglia farsi beffe dei credenti, con costanti smentite e situazioni paradossali. In questa situazione, risuona la Parola della liturgia odierna: non abbiate paura!
Prima lettura: Ger 20,10-13
Il testo della prima lettura è tratto dalle celebri «confessioni di Geremia», che si snodano qua e là, dal capitolo 10 al capitolo 20 del suo libro. I pochi versetti, che la liturgia odierna ci propone, appartengono all’ultima confessione, che inizia al v. 7 con la famosa apostrofe: «Tu mi hai sedotto, Signore e io mi son lasciato sedurre» e si conclude al v. 18, con il lamento «perché mai sono uscito dal seno materno per vedere tormenti e dolore e per finire i miei giorni nella vergogna?».
Già queste poche battute rivelano l’animo di un uomo travagliato, la cui vocazione e missione sono state vissute all’insegna di una fedeltà tormentata. In effetti, la parola di Dio, vero cardine della sua vita, è stata per lui una spada che lo ha trafitto nella vita personale e sociale, negli affetti e nelle scelte. Vita paradossale, la sua: amava il suo popolo, ma era costretto, suo malgrado, ad esserne il messaggero della fine; sentinella della nazione, ma per molti un collaborazionista dei nemici e disfattista dell’orgoglio nazionale; timido per natura, ma obbligato ad essere un uomo pubblico; un sentimentale negli affetti, ma oltraggiato dagli stessi familiari e amici; un romantico desideroso di una vita familiare, ma celibe e solitario. All’interno: un uomo tormentato da dubbi, lacerato da crisi esistenziali e vocazionali, frantumato nei legami… All’esterno: un uomo circondato dalla diffidenza, dall’odio, dal disprezzo dei nemici e dall’abbandono degli amici. Fu processato, perseguitato, fustigato, gettato in una cisterna, messo alla gogna…
Il suo sfogo verso Dio e il suo desiderio di vendetta, racchiusi in espressioni come quelle ascoltate nella lettura odierna, sono difficili da immaginare sulla bocca di un credente; ma solo per chi non sa che tante grida di uomini disperati sono preghiere più accette a Dio di tante lodi di donne e uomini benpensanti. Lo sfogo di Geremia è anzitutto la suprema testimonianza di un animo trafitto e deluso. Avverte che la sua fedeltà non ha fruttato niente: alla sua sollecitudine, gli uomini hanno risposto con macchinazioni e sevizie, alla sua solidarietà con violenza e abbandono. Le stesse persone – come amici e familiari – che nella vita sono date perché i momenti di solitudine siano meno devastanti… perfino loro lo hanno abbandonato. Al profeta non rimane che chiedere l’intervento di Dio: se il Signore è giusto, non può lasciar prevalere la menzogna. Ecco, allora il grido disperato: «possa io vedere la tua vendetta su di loro». Parole che possono scandalizzare chi vive una fede tranquilla, senza tormenti o affanni, ma non chi vive segnato nel corpo e nello spirito.
Una cosa però va notata: questo profeta lacerato e crocifisso non mette in atto la sua vendetta, ma rimette il suo caso nelle mani di Dio. Pronto a lasciarsi sconvolgere, come nel giorno della sua vocazione. Perché, Geremia, come ogni credente, sapeva bene qual è la vendetta divina! La sua vera grandezza sta innanzitutto nel gridare a Dio il suo dolore, facendo della sconfitta il luogo dove trovare Colui che non schioda i crocifissi, ma assicura la Sua Presenza.
Il Vangelo: Mt 10,26-33
Per tre volte Matteo fa risuonare le parole di Gesù, rivolte ai suoi inviati: «non abbiate paura!». È lo stesso invito che Dio rivolse al giovane Geremia, che presentava la sua inesperienza come obiezione fondamentale alla missione ricevuta: «Non dire “sono giovane”, ma va’ da quelli a cui ti manderò… Non temerli, perché io sono con te per proteggerti».
Alla radice della paura esiste sempre un senso di inadeguatezza e l’esperienza della propria fragilità strutturale che non riesce a far fronte alla minaccia incombente.
Il testo evangelico cerca di corroborare i discepoli al momento dell’annuncio cristiano di fronte a un mondo ostile. Il mondo non ama i profeti di Dio, perché li considera una minaccia alle sicurezze su cui poggia il perbenismo sociale. Gesù incoraggia i suoi discepoli con tre detti rassicurativi, che offrono motivazioni profonde per non farsi attanagliare dalla delusione e dalla paura.
Il primo detto (10,26-27) si fonda sul fatto che Dio stesso si fa garante della Parola annunciata. Nelle parole dei discepoli alberga la forza esplosiva che proviene da Dio. Nessuna persecuzione, nessun attentato potranno impedire la proclamazione e la conoscenza del messaggio, perché Dio ne è garante.
Il secondo detto (10,28) incentra l’attenzione su un altro aspetto del problema. Il potere degli uomini racchiude in sé una radicale limitatezza: l’essere umano non è il detentore della vita e della morte. Il timore reverenziale di Dio, giudice supremo, deve portare gli inviati a superare la paura della morte fisica e a confessare impavidamente Gesù Cristo (10,32-33).
L’ultimo appello a “non temere” (10,31) fa corpo con le due immagini che lo precedono e lo preparano (10,29-30). La prima è quella dei passeri, verso cui tutti sono indifferenti, ma non Dio. L’immagine richiama il detto che si trova nel discorso della montagna: «guardate gli uccelli del cielo: non seminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro li nutre!». Due passeri per un soldo, nel gergo rabbinico, sono metafora di ben poca cosa. L’argomento di Gesù è a fortiori: se nessun passero «cadrà a terra senza che il Padre lo voglia», quanto maggior valore avrà la vita dei messaggeri del Regno! La seconda immagine (10,30) esibisce il paradosso dei capelli della testa. L’Antico Testamento conosce l’esempio di un solo capello che non cade dalla testa di chi ha trovato protezione presso Dio o presso un uomo potente. Il senso è evidente: non c’è nulla – assolutamente nulla – che non sia sotto lo sguardo del Signore.
In ogni caso, l’intenzione dei testi è chiara: la libertà è uno dei punti forza della predicazione di Gesù (cf. anche Mt 6,1ss). Questa libertà permette di non essere sopraffatti dalla paura di fronte al rifiuto, all’ingiuria e alla morte. Nel momento del bisogno, Dio non priverà i suoi della Sua Presenza.




Rispondi