Maria Chiara Lectio XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

pack of wolves inside sheep flock

Domenica 21 Giugno (DOMENICA – Verde)
XII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Ger 20,10-13   Sal 68   Rm 5,12-15   Mt 10,26-33

di Maria Chiara del Monastero di Lovere🏠home

Il brano evangelico di oggi è tratto dal cosiddetto discorso missionario che l’evangelista Matteo ci offre nel capitolo X  del suo Vangelo. Gesù dopo aver chiamato a sé i suoi discepoli li manda “come pecore in mezzo ai lupi”, ad annunciare che “il regno dei cieli è vicino”. Allo stesso tempo, però, li mette in guardia dalle persecuzioni che dovranno affrontare proprio perché suoi discepoli, infatti “Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore”. Possiamo allora immaginare lo stato d’animo dei discepoli di fronte alle esigenze e alla prospettiva che sta loro davanti. Gesù ripete loro più volte l’imperativo “non abbiate paura”. Ma come si può vincere una paura così umana e naturale? Le parole di Gesù costruiscono un percorso che, dall’esortazione a non avere paura, porta alla fiducia. Il contrario della paura infatti non è semplicemente il coraggio, ma la fiducia nel Signore sempre vicino e sempre fedele. “Non temere!” è infatti  la parola che Dio spesso rivolge a coloro che chiama, per esempio ad Abramo, a Mosè, ai profeti, a Maria e Giuseppe. In tutta la Scrittura, dall’Antico al Nuovo Testamento, risuona la promessa di Dio: Io sono con te. I discepoli di Gesù, di ieri e di oggi, possono aver paura di esporsi, di testimoniare la propria fede, di rendere visibile e udibile la propria esperienza evangelica.   Eppure la fede non può rimanere chiusa nell’ambito privato; siamo chiamati ad essere testimoni del Vangelo nel mondo di oggi, nel nostro ambiente di vita. Questo è il mandato ricevuto dal Signore. Ciò che ora rimane nascosto, segreto, un giorno sarà svelato; Dio stesso lo manifesterà attraverso la testimonianza dei discepoli. Se si riesce a superare la paura spesso si scopre che Dio aveva già preparato il cuore di qualcuno ad accogliere il Vangelo. Per questo l’invito di Gesù  è ad avere fiducia nella grazia di Dio e nell’azione dello Spirito Santo.

Il secondo imperativo a non avere paura è nei confronti di coloro che si dimostrano oppositori, nemici, persecutori, ostili verso l’annuncio e la testimonianza dei discepoli del Vangelo. Il pericolo è reale e, in molti casi, può costare perfino la vita  e noi sappiamo a quanti discepoli è stata già tolta. Come non avere paura? Gesù chiede ai discepoli di riconoscere che la vita è più grande del corpo. Questo può subire violenze e perfino la morte, ma la vita vera è nelle mani del Padre che la custodisce. Anche Francesco, quando dà le indicazioni per i frati che vanno tra i Saraceni e altri infedeli dice: “E tutti i frati, ovunque sono, si ricordino che si sono donati e hanno abbandonato i loro corpi al Signore nostro Gesù Cristo. E per il suo amore devono esporsi ai nemici sia visibili che invisibili, poiché dice il Signore: “Colui che perderà l’anima sua per causa mia la salverà per la vita eterna“. Rnb10-11FF45.

Gli esempi dei passeri e dei capelli vogliono confermare quanto la vita di ogni creatura anche la più insignificante, fragile e debole, come quella di un passero, stia a cuore al Padre. Se Dio rimane vicino e non trascura neanche a un passero che cade a terra, tanto più sostiene e si prende cura di un figlio amato.  Da qui nasce la fiducia del credente: sapere di essere prezioso agli occhi di Dio e di non essere mai abbandonato, neppure nella prova o nella persecuzione.

Il Vangelo mette anche in luce che il nemico più grande non è soltanto esterno, ma può essere interiore. La paura infatti può insinuarsi nel cuore del discepolo fino a spingerlo al silenzio, al compromesso o persino al rinnegamento. Per questo Gesù conclude con parole molto forti: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli. Non si tratta di una minaccia, ma di un richiamo alla responsabilità della fede. Riconoscere Cristo significa vivere una relazione autentica con Lui, lasciandosi trasformare dal suo amore e conformando a Lui la propria vita. Anche quando il discepolo sperimenta debolezza e fragilità, può confidare nella fedeltà di Dio, che non viene mai meno. Ne abbiamo un esempio in Pietro che, dopo l’esperienza del rinnegamento, riceve da Gesù il compito di guidare la Chiesa.

Il cristiano, che fonda la sua fede sul Risorto che ha detto: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”, trova nella relazione con Gesù la forza di superare ogni paura e la capacità del dono di sé per amore, come ha fatto il suo Maestro.  La paura fa parte della vita umana e anche dell’esperienza del credente, ma non deve avere l’ultima parola. Il cristiano trova il coraggio non nell’assenza di fragilità, ma nella certezza che il Signore è con lui. La presenza di Dio, la sua cura e il suo amore rendono possibile affrontare le difficoltà senza cedere allo scoraggiamento. Così il discepolo può annunciare il Vangelo con libertà e mitezza, sapendo che nulla potrà separarlo dall’amore del Padre.


Rispondi

Scopri di più da #InCammino

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere