Domenica 28 Giugno (DOMENICA – Verde)
XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
2Re 4,8-11.14-16 Sal 88 Rm 6,3-4.8-11 Mt 10,37-42
di Rosalba Manes🏠home
La Liturgia della Parola ci consegna la chiusura del discorso missionario di Gesù che attraversa l’intero capitolo 10 di Matteo. Si tratta delle ultime parole con cui il Maestro istruisce i Dodici inviati a collaborare attivamente alla sua missione. Le ultime istruzioni toccano la sfera degli affetti più intimi, del legame con la propria vita e con quanti, stando a contatto con i missionari, dovrebbero scorgere nella loro vita e nella loro missione un profondo legame di comunione con il Maestro.
Gesù ribadisce l’idea che attraversa l’intero discorso: l’esperienza missionaria è esigente e totalizzante. Essa richiede a ciascun missionario di abbracciarla con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutte le forze, riconoscendo la centralità dell’amore per Cristo, un amore più grande di ogni altro amore, un amore capace di trascendere persino l’amore verso i propri familiari. Superando certi aspetti dei legami affettivi che possono fungere da intralcio alla corsa della Parola, questo amore, che s’indirizza verso l’orizzonte ossigenato dell’oltre e del di più proprio di ogni chiamata di Dio, porta il missionario ad anteporre Cristo non solo ai beni materiali e alla famiglia, ma anche alla sua stessa vita. Prendere la croce per seguire Gesù significa andare fino in fondo nel cammino del discepolato, mettendo i propri passi nelle orme del Maestro, disposti a essere liberi anche rispetto alla propria stessa vita. Chi cerca di salvare la vita, restando legato alle sicurezze economiche o affettive, imbrigliato nel tentativo estenuante di difendere la propria vita a tutti i costi, si perde. Chi invece si libera da ogni attaccamento possessivo, cammina spedito, acquisendo la capacità di far fruttificare ogni autentico affetto. In altre parole, chi considera la vita come un tesoro geloso da tenere tutto per sé finisce per sciuparla, chi invece la riceve come dono e la considera tale sa che la si può gustare solo quando ci si conforma al dinamismo del dono di sé «per causa di Cristo», o meglio per amore suo.
Gesù poi ricorda la natura del legame che unisce i discepoli al loro Maestro: accogliere i discepoli equivale ad accogliere il Maestro, come recita il detto ebraico secondo cui “l’inviato di un uomo è come lui”. I discepoli, infatti, non solo collaborano alla missione di Gesù, partecipando alla sua autorità di liberare e di guarire i malati nello spirito e nel corpo, ma rappresentano anche una sorta di prolungamento del Maestro, sono i suoi inviati, coloro che ne fanno le veci, che rappresentano ciascuno a suo modo un alter Christus. Accogliendo il Cristo, essi hanno accolto il Padre che lo ha inviato, entrando così nel circolo d’amore che esiste tra il Padre e il Figlio.
L’istruzione missionaria di Gesù trova così un epilogo positivo nel motivo dell’accoglienza riservata ai discepoli. Se la reazione di molti dinanzi ai missionari è la persecuzione, la reazione di altri invece è l’accoglienza. Accogliere i Dodici pertanto equivale ad accogliere Cristo e a lasciarsi intercettare dal dinamismo della sua vita profetica, dalla sua proposta di aprire tutti i possibili cammini di giustizia. Quest’accoglienza parte dalle piccole attenzioni e premure che svegliano la nostra sensibilità e ci coinvolgono con la vita degli altri attraverso un atteggiamento profondamente umano, solidale, ecclesiale: quella mistica della prossimità che rigenera e rende feconda la fraternità. Offrire un bicchiere d’acqua a qualcuno non è un gesto da eroi, ma un gesto di servizio che di certo è alla portata di tutti. Questi piccoli gesti innervati dall’amore hanno il potere di trasformare ogni uomo e ogni donna in discepoli del Signore e immettono l’esistenza umana così limitata nell’orizzonte della vita senza fine.




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