padre Ezio Lorenzo Bono”INVENTARE O INCONTRARE? (Ugo Foscolo)”

Crowded taxi lanes and travelers outside Rome international airport terminal

Domenica 28 Giugno (DOMENICA – Verde)
XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
2Re 4,8-11.14-16   Sal 88   Rm 6,3-4.8-11   Mt 10,37-42

di padre Ezio Lorenzo Bono🏠home

Oggigiorno i giovani possiedono strumenti che nessuna generazione precedente aveva mai avuto. Possono comunicare in tempo reale con tutto il mondo, viaggiare, accedere a un’enorme quantità di informazioni e di opportunità. Eppure a questo aumento di oppportunità non si è accompagnato un aumento di felicità, anzi. Tra i giovani cresce il disagio, l’ansia, il senso di smarrimento. Sempre più spesso emerge una domanda silenziosa: che senso ha tutto questo?

Il filosofo Umberto Galimberti ha definito definito questro spettro che si aggira tra i giovani come “l’ospite inquietante”, che è il nichilismo. Non si tratta necessariamente di disperazione o tristezza. Si può essere allegri, lavorare, divertirsi, avere successo e tuttavia non sapere perché si vive.

Nel corso della storia molti hanno cercato una risposta a questa domanda. Ugo Foscolo, nelle “Ultime lettere di Jacopo Ortis”, descrive il dramma di chi non riesce più a trovare un significato alla propria esistenza. Jacopo, schiacciato dalla delusione amorosa e politica, finirà per togliersi la vita. Successivamente, nell’opera “Dei Sepolcri”, Foscolo tenterà di reagire alla disperazione nichilista vedendo nella memoria dei vivi (attraverso i sepolcri) una forma di sopravvivenza oltre la morte.

Nietzsche invece, prendendo atto del crollo delle grandi certezze, propone all’uomo di inventare nuovi significati. Almeno aveva compreso che senza un senso la vita precipita inevitabilmente nella disperazione. Tuttavia non riuscì a comprendere che un senso autentico non può essere inventato, ma soltanto ricevuto. Ciò che dà significato alla vita dell’uomo non può essere una costruzione dell’uomo stesso. Il finito non può produrre l’infinito.

Più recentemente Galimberti invita a passare da un nichilismo passivo a un nichilismo attivo. I primi cercano di sfuggire al vuoto attraverso forme di anestesia: droga, alcol, piaceri, distrazioni. I secondi reagiscono impegnandosi, lavorando, creando, costruendo. Ma anche questa soluzione rischia di rimanere insufficiente.

II.

È esattamente la questione affrontata da Gesù nel Vangelo di questa domenica, quando afferma: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà». È una frase che ricorre più volte nei Vangeli e che allora dovremmo prendere molto sul serio. Gesù ci dice anzitutto che la vita dev’essere spesa, investita, donata per una causa. Una vita che non viene donata finisce per perdere sé stessa. Una vita che non ha un senso non vale la pena di essere vissuta.

Ed è qui che il Vangelo si distingue radicalmente da tutte le altre proposte. Gesù non ci invita a inventare un senso, ci invita a riceverlo. Per il cristiano il senso della vita non è un’idea, un progetto o un’emozione. È una Persona. Per questo Gesù usa parole così radicali: «Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me». Non perché voglia diminuire l’amore verso la famiglia, ma perché tutto trova il proprio posto soltanto quando Dio occupa il primo posto. Quando una persona si sposa lascia il padre e la madre per formare una cosa sola con il coniuge. Non smette di amare i propri genitori, ma stabilisce una nuova gerarchia di affetti. Allo stesso modo, chi sceglie di seguire Dio non smette di amare i propri cari, ma riconosce che ogni altro amore riceve luce e orientamento dall’amore per Dio.

Ma cosa significa concretamente perdere la vita per Cristo? Ce lo dice chiaramento nel Vangelo di questa domenica: prendere la propria croce e seguirlo, cioè imparare a donare la propria vita agli altri come ha fatto Lui. Significa accogliere i profeti e i giusti, cioè ascoltare coloro che ci parlano di Dio e ci indicano una strada più alta. Significa offrire anche solo un bicchiere d’acqua a chi ha bisogno. In altre parole, significa uscire da sé stessi e trasformare la propria esistenza in un dono.

Questa è la causa per la quale vale la pena perdere la propria vita. Non una causa ideologica, non un successo personale, non la ricerca di emozioni sempre nuove, ma il Vangelo vissuto nell’amore concreto.

III.
In conclusione.

Alla fine la vera domanda non sarà quanto abbiamo vissuto, ma per chi e per che cosa abbiamo vissuto.

Foscolo cercava una risposta al nulla nei sepolcri che custodiscono i morti. Il cristiano invece la trova in un sepolcro vuoto. Non ci sono morti da custodire, ma una vita ritrovata. Ecco perché Gesù può affermare: «Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà».

Perché il senso della vita non è qualcosa da inventare, ma Qualcuno da incontrare.


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