Quintino Venneri Commento XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

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Domenica 28 Giugno (DOMENICA – Verde)
XIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
2Re 4,8-11.14-16   Sal 88   Rm 6,3-4.8-11   Mt 10,37-42

di Quintino Venneri

Mentre Gesù parla, sui volti dei discepoli deve essere passato un velo di smarrimento. Alcune parole si ascoltano volentieri: quelle che raccontano i miracoli, il pane moltiplicato, le guarigioni, la misericordia di Dio. Altre, invece, arrivano come una lama sottile e aprono domande che si preferirebbe lasciare chiuse.

Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me.

Parole che non lasciano tranquilli. Perché toccano il terreno degli affetti, il luogo più abitato e più custodito della nostra esistenza. Ognuno porta dentro di sé dei volti: persone che hanno accompagnato la sua crescita, che hanno condiviso fatiche e gioie, persone che continuano ad abitare i pensieri anche quando sono lontane. Ci sono nomi che, appena pronunciati, mettono in movimento il cuore.

Per questo le parole di Gesù sembrano quasi eccessive.

Perché entra proprio lì? Perché arriva fino a quel punto?

La questione, però, non è stabilire chi amare di più e chi amare di meno.

Non è una graduatoria degli affetti. Non è il tentativo di mettere Dio in concorrenza con le persone che amiamo.

Il centro del discorso è un altro.

Chi è colui che pronuncia queste parole?

Perché nessun uomo potrebbe chiedere una cosa simile.

Nessun uomo potrebbe pretendere di essere amato più di una madre, più di un padre, più di un figlio. Sarebbe una richiesta sproporzionata.

Se Gesù osa pronunciarla è perché il suo posto non è quello di un maestro tra gli altri,

di un consigliere spirituale, di un uomo sapiente.

Gesù parla con l’autorità di chi conosce il segreto stesso della vita.

Non domanda di sostituirsi agli affetti. Non chiede di occupare il loro posto.

Chiede di essere la sorgente dalla quale ogni amore riceve luce e respiro.

A volte gli affetti, pur essendo una delle cose più belle che possediamo, rischiano di caricarsi di aspettative impossibili. Accade lentamente. Senza accorgercene chiediamo alle persone che amiamo di guarire tutte le nostre ferite, di colmare tutti i nostri vuoti, di proteggerci da ogni solitudine. Chiediamo loro ciò che nessun essere umano può realmente dare.

E così l’amore si appesantisce. Diventa fatica. Diventa pretesa. Diventa paura di perdere.

Quando una persona occupa il centro assoluto della nostra esistenza finiamo per caricarla di un peso che non può sostenere. Prima o poi arriva la delusione, il risentimento, la ferita. Non perché quell’amore fosse falso, ma perché gli avevamo affidato un compito troppo grande.

Gesù non entra nel giardino degli affetti per sradicare qualcosa. Vi entra come un giardiniere che pota ciò che soffoca la vita perché i rami possano tornare a respirare. Quando Dio occupa il posto che gli appartiene, le persone smettono di essere possedute e tornano ad essere accolte come un dono. Si ama con più libertà. Si ama senza la continua preoccupazione di trattenere tutto e tutti.

Subito dopo arriva un’altra parola che nessuno avrebbe scelto spontaneamente: la croce.

«Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me».

Spesso la immaginiamo soltanto come sofferenza. Ma prima ancora di essere dolore, la croce è una direzione. È il momento in cui l’amore smette di restare una dichiarazione e prende corpo nelle scelte concrete della vita.

Finché l’amore rimane un sentimento tutto appare semplice. Quando diventa pazienza, fedeltà, responsabilità, capacità di perdonare, allora assume un peso reale.

La croce ha il volto di una madre che continua a vegliare quando tutti dormono. Ha il volto di un padre che porta avanti il proprio compito senza ricevere applausi. Ha il volto di chi resta accanto a una persona malata. Di chi ricomincia a fidarsi dopo essere stato ferito. Di una comunità che continua a cercare la comunione nonostante differenze, incomprensioni e stanchezze.

La croce è il momento in cui l’amore smette di tenere il conto.

Quando le mani continuano a seminare anche se il raccolto non è ancora visibile.

Poi il Vangelo apre una prospettiva ancora più sorprendente:

«Chi avrà trovato la sua vita la perderà e chi avrà perduto la sua vita per causa mia la troverà».

Noi trascorriamo gran parte dell’esistenza cercando di mettere al sicuro ciò che possediamo. Tempo, energie, affetti, progetti, sicurezze. Costruiamo argini, difese, protezioni. Temiamo continuamente di perdere qualcosa.

La vita segue una logica diversa.

La sorgente resta viva perché lascia scorrere l’acqua.

L’albero vive perché consegna i suoi frutti.

Il pane raggiunge il suo significato quando viene spezzato e condiviso.

Anche il cuore dell’uomo sembra funzionare così.

Se della propria esistenza si cerca di fare soltanto un guadagno personale, l’orizzonte si restringe poco alla volta. Si vive protetti, forse. Si vive ordinati, forse. Ma il respiro si accorcia.

Le finestre si chiudono. Lo sguardo non va oltre il proprio piccolo mondo.

Un fiume che viene sbarrato diventa una palude.

Un fiume che continua il suo corso raggiunge il mare.

Forse il cuore dell’uomo assomiglia più a un fiume che a una cassaforte.

Dopo aver parlato di affetti, di croce e di dono della vita, Gesù conclude parlando di un bicchiere d’acqua fresca. Quasi uno spiazzamento.

Ci si aspetterebbe un’immagine grandiosa

e invece resta tra le mani uno dei gesti più semplici che possano esistere.

Un bicchiere d’acqua.

Il Regno di Dio assomiglia anche a questo: ai bicchieri d’acqua che sappiamo versare lungo il cammino degli altri; a quella freschezza che restituiamo a chi è stanco; a quelle sorgenti piccole e nascoste che continuano a sgorgare mentre nessuno le guarda. La storia ricorda i grandi eventi, Dio sembra avere una predilezione per ciò che accade ai margini, dove una mano incontra un’altra mano e si accorge della sua sete.

A questo punto lo sguardo cambia direzione. Non va più verso le grandi scelte, ma verso le persone che abitano le nostre giornate. Chi ha sete accanto a noi? Chi aspetta una parola che non arriva? Chi porta un peso senza riuscire a condividerlo con nessuno? Chi avrebbe bisogno di essere ascoltato? Chi attende una visita, una presenza, un gesto di riconciliazione?

L’acqua non trattiene nulla. Scorre. Attraversa terreni diversi, raggiunge luoghi che non conosce, disseta senza chiedere nulla in cambio. Forse non è un caso che Gesù concluda proprio con l’immagine di un bicchiere d’acqua fresca. Dopo parole così impegnative sugli affetti, sulla croce e sul dono della vita, resta il gesto semplice di qualcuno che si accorge della sete di un altro e si ferma. Dentro quel gesto c’è già il Vangelo intero: un cuore che non vive più per possedere, ma per donare; un cuore che ha trovato in Dio la sua sorgente e, proprio per questo, non ha paura di lasciar scorrere la vita.


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