Rosalba Manes Commento “L’arte dell’attesa”

Golden wheat stalks with some dark grass in a field and a farmhouse in the distance

Domenica 19 Luglio (DOMENICA – Verde)
XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sap 12,13.16-19   Sal 85   Rm 8,26-27   Mt 13,24-43

di Rosalba Manes🏠home

Nella XVI domenica del tempo ordinario, Matteo continua a consegnarci il grande discorso in parabole di Gesù. Il Maestro ama parlare di Dio agli uomini con il linguaggio dei campi e della quotidianità. All’ottimismo del seminare ogni tipo di terreno, il seminatore coniuga l’ingenuità di chi, dopo aver seminato il campo, va tranquillamente a riposare. Ma la notte non è mai solo il tempo del sonno, è anche il tempo del tranello, della scaltrezza, del manifestarsi dell’iniquità e dell’ingiustizia. C’è, però, qualcuno – il nemico – che approfitta del riposo del seminatore per violare la sua proprietà e seminare ciò che può rovinare il raccolto, con l’intento di distruggere la sua opera. La zizzania, il cui nome viene dalla radice znh («commettere fornicazione»), infatti, è uno scimmiottamento del grano: è una graminacea, detta “loglio cattivo”, che somiglia alla spiga di grano, ma che danneggia le coltivazioni perché i suoi semi, coprendosi di una sorta di muffa e mescolandosi al grano, rendono amara la farina. Questo loglio, in primavera, si confonde con i cereali buoni e li danneggia. Solo quando arriva il tempo della mietitura, lo si può distinguere perché più corto e senza spighe.

Questo ci ricorda che quando il male viene seminato si confonde con il bene e sembra bello e desiderabile. Poi a lungo andare non può più nascondersi e viene alla luce. Quando appare la zizzania, infatti, i servi si stupiscono della sua presenza nel campo e chiedono spiegazioni al padrone che sa bene che l’artefice di quest’opera distruttrice è il nemico. Mentre i servi propongono di raccogliere subito la zizzania, il padrone invece invita ad attendere il tempo della mietitura e spiega che solo a crescita ultimata è possibile sradicare la zizzania evitando di estirpare anche il grano buono. In quel momento i mietitori potranno raccoglierla e bruciarla, per conservare nel granaio solo il grano.

Gesù insegna così che, mentre l’uomo è sempre pronto a farsi giustizia da solo, il vero discepolo sa imparare dall’infinita pazienza di Dio l’arte dell’attesa della conversione dei peccatori. Inoltre nell’ermeneutica che egli dà, sollecitato dai suoi discepoli, il Maestro mostra che il giudizio non spetta agli uomini ma a Dio e getta una luce tutta escatologica sul racconto, aiutando ad immaginare la fine come una cernita tra il grano buono («i figli del regno», cioè coloro che hanno condotto una esistenza filiale, con il cuore disposto ad ascoltare e comprendere la Parola di Dio) e la zizzania («i figli del maligno», cioè coloro che hanno chiuso il loro cuore alla Parola).

Gesù invita così a non giudicare spietatamente le persone, il mondo e la storia, aiutando a pensare all’agire di Dio non come a un’azione che fa rumore, ma come a un dinamismo sotterraneo, a un processo di crescita lento e silenzioso e al tempo stesso estremamente incisivo ed efficace. Lo fa attraverso due immagini: il granello di senapa, che esprime il paradosso dell’infinitamente piccolo che diviene infinitamente grande, e il lievito, che mette l’accento sul dinamismo di ciò che sembra scomparire all’interno della massa, ma che in realtà è potenza di crescita e fermentazione.

Il regno dei Cieli non è una cosa da gestire alla maniera umana, ma un dinamismo che fa crescere la storia personale e universale, la fa avanzare verso la sua piena efflorescenza. È una potenza di vita che vivifica la storia secondo dei criteri che sono squisitamente divini: la pazienza, la piccolezza, l’umiltà. Il regno, come l’amore, non fa rumore, non cerca riconoscimenti, né “like”, né “follower”, ma ama il silenzio che libera la parola più significativa e suona la musica più sinfonica.


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