Don Paolo Zamengo”Non ve ne accorgete?”

Golden wheat field with a dirt path leading to a farmhouse and trees in the distance under a blue sky with clouds

Domenica 19 Luglio (DOMENICA – Verde)
XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sap 12,13.16-19   Sal 85   Rm 8,26-27   Mt 13,24-43

Non ve ne accorgete?”: la domanda nel rotolo di Isaia
mi tocca – e spero tocchi anche voi. “Proprio ora
germoglia, non ve ne accorgete?”. La chiesa se ne
accorge? Abbiamo occhi e accorgerci? Perché oggi
germoglia. O siamo ciechi e sordi?
L’invito del profeta Isaia è rivolto al popolo eletto e di
questo popolo ora facciamo parte anche noi. Non vi
accorgete? Oggi germoglia. Ma dove il profeta vede i
segni di un nuovo germoglio ?

Il primo segno che sta all’inizio di ogni germogliare, è la conversione a Dio. Non ci si incammina verso vere crescite, né verso vere liberazioni, se si rimane fermi a rimpianti sterili o, peggio ancora, legati a strategie corrotte dall’ipocrisia e dall’ingiustizia. Per germogliare e far germogliare occorre fare spazio dentro il cuore a parole alte, fare spazio a quel brivido segreto che ci abita di vita, di bontà, di bellezza. A noi toccherà piantare e irrigare ma chi fa crescere, ci ricordava oggi san Paolo, è Dio. Tieni vivo il cuore del seme, ciò che pulsa, apriti al mistero; non uccidere lo spirito, uccideresti l’anima che fa vivo il seme, rendi sicuro il suo germogliare. Solo dando spazio alla speranza, ritornerai dall’esilio. E sono infiniti gli esili dell’anima da cui ritornare. E, ancora una volta, ad innamorarci sono gli occhi di Gesù: lui passa, osserva il campo, vede grano e l’erba cattiva che crescono insieme. Passa, osserva un orto, si incanta per come cresce quello che fu un minuscolo seme di senapa; entra in una casa e ha gli occhi per una scena, vede gonfiarsi la pasta in cui la donna ha nascosto un grumo di lievito. Lui si accorge: nulla di vistoso, di clamoroso, di immediato. Ecco, forse sta qui una delle cause della cecità e della sordità per cui non ci accorgiamo di ciò che sta germogliando nel visibile e nell’invisibile. Abbiamo perennemente sete di ciò che è grandioso, di ciò che fa notizia, di ciò che è spettacolare e immediato. Immaginate se ci appartiene la pazienza delle crescite lente, che chiedono tempo e speranze, come la pazienza del contadino! La parabola del grano e della zizzania ci porta lontano dall’abbaglio di un sogno ingenuo, quello di una terra tutta luce senza ombre, nel segno di una immacolata perfezione o di un mondo giunto a piena e sontuosa fioritura. Non è così per quanto concerne la terra: chi conosce l’arte della cura dei campi – e Dio la conosce e noi dobbiamo impararla – sa che il grano e l’erba cattiva crescono insieme. E c’è altro da capire – e spesso lo scordiamo – che grano e zizzania, bianco e nero, non sono solo nel mondo, ma anche dentro di noi. L’evangelista Matteo dispiega le coordinate delle contraddizioni del mondo. Il male cresce col bene. E non è facile esserne sempre consapevoli. Dentro a ciascuno di noi cresce la zizzania insieme al frumento. Le nostre motivazioni sono miste, complicate; i nostri desideri sono un campo di semi che prima o poi germoglieranno e si riveleranno per quello che sono. La vita dunque è un campo di grano e zizzania: accorgersene, prenderne consapevolezza, non significa farne un motivo di rassegnazione passiva o di lamento estenuante, o peggio ancora farne un motivo perverso per giustificare i nostri eventuali folli sradicamenti. Il vangelo ammonisce: metteresti in questione anche il grano buono. Ma ancora, a proposito del crescere, Gesù volle dare una lezione, quella della piccolezza. Aveva visto riempirsi di nidi e di voli di uccelli l’albero di senapa e aveva pensato che di lì si parte per le storie vere, quelle che hanno un futuro affidabile: quella è la legge del regno di Dio, il segreto della storia più vera, un elogio della piccolezza, che a ben vedere attraversa luminosamente tutto l’evangelo. In contrasto netto e insanabile con l’esaltazione spudorata della grandiosità, dell’imponenza, della tracotanza, che non fanno né nido né voli, fanno caserme e distruzione. Credere nella crescita è anche rifuggire alla logica spietata della immediatezza che ci fa precipitosi, impazienti, insofferenti di tutto ciò che ha bisogno di tempo. Conserviamo negli occhi le mani tenere e fiduciose della donna della parabola, che, se pur la farina ha misura, crede che a gonfiarla poco a poco basti il soffio di un grumo di lievito. Lei per esperienza sa che la lentezza non è un disvalore, può essere invece stupore per un misurato divenire, sa che basta poco se il lievito non è corrotto, ma sincero. Forse tutto sta in una briciola di parole di Madre Teresa: “Non tutti possiamo fare grandi cose, ma tutti possiamo fare piccole cose con grande amore”.


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