Domenica 19 Luglio (DOMENICA – Verde)
XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sap 12,13.16-19 Sal 85 Rm 8,26-27 Mt 13,24-43
di sorella Silvia Monastero di Bose🏠home
Continuiamo questa domenica la lettura del capitolo tredicesimo del Vangelo secondo Matteo, sulle parabole del Regno, su come Dio agisce nella storia, il cui avvicinarsi va riconosciuto, accolto e coltivato, personalmente e comunitariamente.
Dopo la parabola del seminatore, restiamo nel contesto agricolo con la cosiddetta “parabola della zizzania”, propria di Matteo, che forse potremmo chiamare “parabola del buon seme e della zizzania” o “parabola della zizzania che cresce con il grano”, intercalata da altre due immagini, più brevi ma non meno significative.
Il “regno dei cieli” è paragonato a un uomo che “semina del buon seme nel suo campo”. Il campo è il “suo”, quello di cui ha cura, non è un campo qualsiasi. C’è un bene all’origine. Il “buon seme” si rivela essere grano, seme semplice che serve la vita, perché da esso l’uomo può trarre il pane, che nutre, sostiene, dà forza, rallegra.
Il bene originario si offre, senza imporsi. Ma ecco che irrompe il “nemico” che semina della zizzania, esteriormente simile al grano. Non viene detto da dove venga questo nemico sconosciuto, né perché sia interessato a soffocare le messi. Viene detto solo che arriva di notte, approfitta di quando tutti dormono e il buio copre ogni cosa per lasciare, di nascosto, un segno del male. E scompare.
Il Vangelo non sembra rispondere alle domande brucianti che tornano nelle nostre vite: da dove viene il male? Perché c’è il male? Forse siamo invitati piuttosto a provare ad avvicinarci al pensiero “largo” di Dio, al suo lasciare che bene e male “crescano insieme”, perché il bene non venga sradicato insieme al male, ma invece rimanga.
È decisivo il “no” del seminatore: “No, rispose, perché non succeda che, cogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano” (Mt 13,29). Verrà il tempo, quello della mietitura. Ora è il tempo della crescita e il grano è misteriosamente chiamato a irrobustirsi così, in mezzo al male. Pur rimanendo grano, senza confondersi o lasciarsi contaminare. Con pazienza occorre attendere il compiersi del tempo per discernere, per riconoscere e dividere ciò che è buono, ciò che può diventare pane condiviso, da ciò che a null’altro serve che a essere gettato nel fuoco. Il frutto si può riconoscere, e dai frutti anche i discepoli verranno riconosciuti come tali (cf. Mt 7,15-20). Il frutto buono è chiamato a essere riposto insieme nel granaio, custodia e promessa di una vita condivisa.
La pazienza dell’attesa e la mitezza sono caratteristiche di Dio, come leggiamo nel Libro della Sapienza (cf. Sap 12,13.16-19): Dio “ha cura di tutte le cose”, la sua forza è “principio della giustizia”, è “padrone della forza”, giudica “con mitezza”.
Prima della spiegazione della parabola, che i discepoli chiedono a Gesù, l’evangelista ci presenta due immagini paradossali, quella del granello di senape e quella del lievito. Un seme piccolissimo può crescere e diventare un albero accogliente per ogni specie di vita. Poca quantità di lievito può pulsare facendo crescere l’intera pasta perché diventi pane: caldo, essenziale, condivisibile. Così la fede, la fiducia nel Signore della vita.
Gesù parla alle folle con parabole, come compimento delle Scritture, per annunciare “cose nascoste fin dalla fondazione del mondo”. Ma una volta congedata la folla, ecco che lo spazio della casa si presta a un confronto più profondo con i discepoli. Il contesto apre scorci profetici e apocalittici, rimandando alla responsabilità personale: “Chi ha orecchi, ascolti!”. Chi prova a restare in ascolto della parola del Vangelo, non distolga l’attenzione, non si assopisca, non perda la vigilanza nel cercare di custodire e far crescere il Regno: allora si accorgerà che come un piccolissimo seme, come il lievito, sarà il germe del Regno a crescere in lui, a custodirlo nel bene, più tenace di ogni male.
Si è spesso associato il grano ai giusti e la zizzania ai peccatori, per sentirsi dalla parte dei giusti ed escludere i secondi. In ogni generazione, dalla comunità che faceva capo a Matteo fino ai nostri giorni, c’è il rischio di giudizi rigidi e chiusi. Tuttavia, invece di vedere solo nell’altro il male, possiamo riconoscere in ciascuno di noi e tra noi l’esistenza insidiosa della zizzania, insieme al grano che il Figlio dell’uomo ha seminato, al di là delle nostre intenzioni o delle maschere che possiamo costruire, come singoli e come chiesa. E possiamo provare, come esorta l’apostolo, a non lasciarci “vincere dal male”, ma a vincere “il male con il bene” (cf. Rm 12,21).
Il giudizio, e il tempo del giudizio, non spetta a noi, ma a Dio solo. A noi è chiesto ogni giorno di pazientare con la fiducia che saremo aiutati a vagliare tutto e a tenere ciò che è buono (cf. 1Ts 5,21).




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