Paolo Ricciardi Commento XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Domenica 19 Luglio (DOMENICA – Verde)
XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sap 12,13.16-19   Sal 85   Rm 8,26-27   Mt 13,24-43

di Paolo Ricciardi Commento🏠home

Un tempo, da bambino, è successo anche a me… Se la maestra doveva assentarsi un po’, capitava di essere chiamato alla lavagna e tracciare, con il gessetto bianco dell’inappellabile giudizio, la fatidica linea di demarcazione: da una parte B, i buoni, dall’altra C, i cattivi, per poi girarmi verso la classe impaurita, pronto ad emanare la sentenza. Confesso che facevo fatica a scrivere sotto la “C” ed ero facilmente influenzabile da chi mi pregava di essere cancellato dalla lista nera.

Oggi, per fortuna, non si usa più… eppure nella mente e nel cuore di ciascuno di noi rimane il metro del giudizio, del catalogare le persone, di distinguere in modo netto il grano e la zizzania. Il bene è bene e il male è male: come si fa a confondere? In assoluto è vero e siamo molto capaci di decidere presto, dal nostro personale punto di vista, chi sono i buoni e chi sono i cattivi. In tempi di guerra, come sempre ci sono stati, ci schieriamo da una delle due parti, considerando gli altri i nemici da combattere e noi i giusti da difendere, dimenticando che quando c’è una guerra siamo sempre tutti perdenti. Per alleviare il tono, anche in una finale di un mondiale di calcio, siamo convinti in partenza che devono vincere i giocatori della squadra che stiamo tifando, perché sono loro sicuramente i migliori.

Lo stesso termine – zizzania – si associa con “fastidio”; ha quasi assonanza con il termine “zanzara” che, in particolare in questo tempo estivo, ci punzecchia di notte e ci ronza senza tregua intorno alle orecchie. Non troviamo pace finché non la ammazziamo.

Oggi il Signore ci getta una luce per vedere cosa c’è in noi e come siamo chiamati a crescere. Ci ricorda che anche nel terreno del cuore c’è buon grano e ci sono erbacce; il bene e il male intrecciano le loro radici in ciascuno di noi. Si possono allora avere due sguardi: quello dei servi che si fissano sulla zizzania, o quello del Signore che vede il buon grano. L’uomo violento che è in noi dice: “Strappa ciò che è cattivo”. Il Signore risponde: “Abbi pazienza, fai crescere ciò che è buono”. È questo lo stile di Dio che dobbiamo adottare anche nei riguardi dei nostri fratelli per aiutarli a far emergere il bene che è in loro. 

Gesù ci chiama a conquistare lo sguardo positivo del Creatore. Sì, sopra il campo che mescola spighe e zizzania, si distende la Sua pazienza infinita.

Il tempo della vita terrena è il tempo della speranza, del cambiamento, della possibilità. Non sta a nessuno di noi decidere che è ora di finirla e che quindi si proceda a fare piazza pulita. Il nostro senso di giustizia si scontra infatti con la misericordia misteriosa e onnipotente che sa sempre aspettare. Come dice il testo della Sapienza: “Padrone della forza, tu giudichi con mitezza e ci governi con molta indulgenza”.

Un testo della Liturgia ambrosiana diceva: “Ti sei chinato sulle nostre ferite e ci hai guarito donandoci una medicina più forte delle nostre piaghe, una misericordia più grande della nostra colpa. Così anche il peccato, in virtù del tuo invincibile amore, è servito a elevarci alla vita divina”.

C’è un evento naturale, in Cile, che ci può essere di insegnamento: le rose di Atacama fioriscono nel deserto salato cileno una sola volta all’anno; è il loro unico momento di gloria, ma trasformano quel paesaggio brullo e inospitale in una distesa di fiori rosa di una bellezza incomparabile. Per far fiorire la steppa, sia pure per una sola volta, Dio sparge infiniti semi di vita.

Ciascuno di noi deve adottare questa stessa attività positiva, solare, gloriosa, vitale. Perché il nostro spirito è capace di cose grandi, di maturare davvero, solo se ha grandi passioni positive, grandi desideri.

Preoccupiamoci prima di tutto non della zizzania, dei difetti, delle debolezze, ma di avere un amore grande, un ideale forte, una venerazione profonda per le forze di bontà, l’attenzione, la misericordia, l’accoglienza e la libertà che Dio ci ha dato.

Facciamo che esse esplodano in tutta la loro bellezza, in tutta la loro potenza, e vedremo le tenebre ritirarsi e la zizzania perdere sempre più terreno. Dobbiamo amare noi stessi e gli altri, vedere il positivo che è in noi, venerare la parte luminosa del cuore che viene da Dio. Il nostro impegno spirituale è anzitutto questo: portare a maturazione il buon grano che Dio ha seminato in noi, e nessuno ne è privo perché la mano di Dio è viva.

Liberiamoci dai falsi esami di coscienza che mirano solo al negativo. Anche il giudizio finale avrà come punto di partenza non la zizzania, il lato oscuro della mia esistenza, ma il buon grano, la parte migliore di me.

Agli occhi di Dio, che è buono e perdona, il bene è più forte e più importante del male, il buon seme conta più della zizzania del campo, una spiga di buon grano vale più di tutte le erbacce della terra.


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