Domenica 23 Agosto (DOMENICA – Verde)
XXI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 22,19-23 Sal 137 Rm 11,33-36 Mt 16,13-20
di Giorgio Scatto🏠home
Seguendo Marco, che è la sua fonte letteraria, Matteo colloca la confessione di fede di Pietro nella regione di Cesarea di Filippo, in terra pagana. Siamo verso la fine del ministero itinerante di Gesù in Galilea; davanti c’era ormai solo Gerusalemme e la certezza che nella città santa avrebbe consegnato la sua vita.
Mi sono recato diverse volte in pellegrinaggio in questa località, che oggi si chiama Banyas, dove nasce il Giordano, sulle pendici del monte Hermon. Permettete che mi dilunghi un poco sulla storia di questi luoghi perché, dal contesto storico e geografico, si può capire meglio la portata della domanda che Gesù rivolge ai discepoli: «La gente, chi dice che sia il Figlio dell’uomo?»; «Ma voi, chi dite che io sia?». Banyas sta nella regione del Golan, territorio occupato da Israele nel 1967, che apparteneva prima alla Siria, paese ancor oggi in preda ad una sanguinosa lotta intestina. Con i greci al potere, nel III secolo a.C., divenne luogo di culto in onore del dio Pan, in parte uomo e in parte capra, strettamente legato alla sessualità sfrenata, all’impulso primordiale e a una forma di violenza improvvisa e violenta.
Divenuta in seguito, con il rovesciamento delle parti, provincia dell’Impero romano, il piccolo re che si faceva chiamare Erode il grande, vi fece erigere, nel 20 a.C.,un tempio in marmo bianco in onore dell’imperatore Augusto. Nel 3 a.C. il tetrarca Filippo, figlio di Erode e di Cleopatra, vi fondò una città alla quale diede il nome di Cesarea, come omaggio all’imperatore Tiberio: il luogo diventa simbolo della divinizzazione del potere e dell’adulazione servile.
In questo contesto politico e religioso, si capisce meglio la domanda posta da Gesù proprio in quel luogo, e la debole risposta dei discepoli, che riportano solo immagini, se pur gloriose, del passato. Solo Pietro dirà «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», ma non viene da lui, è una risposta suggerita «dal Padre che è nei cieli». Non so se avete inteso bene: in questa affermazione c’è la contestazione di tutti i poteri e di tutte le potenze di questo mondo che, in quanto potenze, pretendono di attribuire a sé le prerogative che sono solo di Colui che Dio ha inviato. Di fronte al Cristo, Figlio di Dio, il dio Pan è un impotente, Cesare è lo sgabello dei suoi piedi, e tutti gli imperi del mondo non sono che “un pulviscolo sulla bilancia”, come leggiamo nei Salmi.
Cantiamo infatti, nella liturgia della Chiesa: «Tu solo il Santo, tu solo il Signore, tu solo l’Altissimo, Gesù Cristo». E ancora: «Tuo è il regno, la potenza e la gloria nei secoli». Questo lo crediamo di Gesù, il crocifisso, innalzato non dai poteri mondani, ma dalla potenza dello Spirito. Il nostro Messia è un Messia crocifisso.
Vorrei aiutare i miei pochi lettori a capire questo, in un momento, come quello che stiamo vivendo, nel quale, di fronte allo smarrimento, alla paura, alla mancanza di orientamento, da più parti si cercano ancora, in modo del tutto improvvido e irrazionale, i segni del potere. Pochi potenti pensano di essere dio, e pretendono di asservire il mondo intero. Assisto con sgomento all’imbarbarimento della lotta politica, alimentata spesso, dalla diffusione di fake news, di notizie redatte da agenzie specializzate, del tutto inventate, ingannevoli e distorte, con l’intento di attrarre il consenso dello sprovveduto lettore. Siamo diventati il popolo del “mi piace”, “commenta”, “condividi”. Basta premere un dito, e il mondo è sistemato, giustizia è fatta: di qua i cattivi e di là i buoni. Senza alzarci da una comoda poltrona.
A me invece piace sempre di più questo Messia povero, che si reca nei luoghi del potere, e ha il coraggio di dire che “il re è nudo”, che non esiste alcun potere degno di questo nome, e che la vera grandezza sta nella potenza dell’amore che si dona incessantemente ai fratelli, affinché nessun uomo sia più sottomesso ad un altro uomo. A costo della propria vita. Lo fa interrogando i discepoli: «Voi, chi dite che io sia?». I discepoli avevano riferito il parere della gente, peraltro assai lusinghiero: «Alcuni dicono Giovanni battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti».
È notevole, ma non è sufficiente per rompere con gli schemi e le immagini del passato: Gesù si presenta come novità, incomprensibile anche ai discepoli che, tra l’altro, hanno del Messia una visione gloriosa e anche guerriera, come guerrieri erano stati Davide e Salomone. Gesù insiste: «Ma voi chi dite che io sia?». La domanda li impegna più direttamente; essa è più grave, e riguarda il presente, non il passato. Così Pietro prende la parola, e lo fa come portavoce dei Dodici. Lo fa per ispirazione “del Padre che è nei cieli”, e non mosso semplicemente dalla sua convinzione.
Secondo l’evangelista Marco, Pietro risponde molto semplicemente «Tu sei il Messia». Questa frase ha tutti i requisiti per essere la frase esatta pronunciata da Pietro. Corrisponde all’insegnamento e ai segni già compiuti: Gesù è l’inviato da Dio annunciato dai profeti, il re potente, il nuovo Davide che salverà il popolo eletto dalla umiliazione e dalla dipendenza che ha subito per secoli.
A questo punto è bene però che ci ricordiamo ancora una volta in quale modo Gesù manifesterà il suo potere, il suo essere Messia, Figlio di Dio. Lo farà non gareggiando con i potenti di questo mondo, ma mettendosi in fila con i peccatori, sedendo a mensa non con i forti, ma con i deboli e i disprezzati. Diventando amico degli stranieri, dei ladri e delle prostitute. Lo farà scendendo il gradino più basso dell’umanità, spiegando ai discepoli increduli che «doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei capi dei sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risorgere il terzo giorno». È questo il modo in cui Gesù si fa beffe del potere, dandogli l’illusione, per un momento, di aver riportato la vittoria.
Sì, di fronte all’uomo Gesù, che dona la sua vita, che si fa servo e non padrone, gli dèi sono ormai giunti al crepuscolo, e i simboli del potere sono solo una tragica commedia destinata a finire. Nemmeno i discepoli capiscono questo. Nemmeno Pietro, al quale il Signore consegna le chiavi del Regno. Alla prospettiva del dono della vita, Pietro si oppone. Ha premuto sul tasto del “non mi piace”, con un facile e qualunquistico disimpegno, spacciato per amicizia e coinvolgimento. Come facciamo tutti. Se Gesù si fosse lasciato persuadere dall’amico Pietro, non sarebbe il Messia, Figlio di Dio.
Se non ci mettiamo alla sequela di questo strano Messia, nessuno di noi potrà dirsi discepolo, nessuno potrà sperimentare cosa significa essere amici del Figlio del Dio vivente.




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