Figlie della Chiesa Commento XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 13 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sir 27,33-28,9   Sal 102   Rm 14,7-9   Mt 18,21-35

di Figlie della Chiesa🏠home

La XXIV domenica del Tempo Ordinario ci pone davanti un invito impegnativo: entrare nel mistero del perdono. Non un perdono calcolato, misurato o limitato, ma un perdono che nasce dall’amore, come ci insegna il Signore Gesù; un amore che non tiene il conto delle offese e che continuamente si dona.

Questa verità risuona con forza nella preghiera Colletta, dove ci rivolgiamo a Dio dicendo:

“O Dio, che ami la giustizia e ci avvolgi di perdono, crea in noi un cuore puro a immagine del tuo Figlio, un cuore più grande di ogni offesa, più luminoso di ogni ombra, per ricordare al mondo il tuo amore senza misura”.

Fermiamoci su questa invocazione: “Crea in noi un cuore puro”. Non si tratta solo di uno sforzo umano, ma di un’opera di Dio dentro di noi. “Un cuore più grande di ogni offesa”: mentre dobbiamo constatare che spesso il nostro cuore si chiude, si irrigidisce, si difende. Eppure, il Signore ci invita ad ampliare gli orizzonti, a imparare l’amore che supera il male ricevuto. Così, il cuore che si dilata per aprirsi alla proposta di Dio diventa “più luminoso di ogni ombra”, perché anche nelle situazioni più difficili, quando sembra prevalere il buio, Dio può accendere in noi una luce nuova, capace di trasformare lo sguardo e le relazioni.

Questa preghiera può diventare un programma di vita, se con umile fiducia chiediamo ogni giorno al Signore di plasmare il nostro cuore, rendendolo simile sul suo, affinché anche attraverso di noi il mondo possa intravedere il suo amore senza misura. E così, passo dopo passo, la nostra fede si rafforza, si purifica e si radica sempre più in Lui.

Tutto questo lo vediamo raccontato nella Parola di oggi, insegnamento molto concreto a compiere quanto esplicitato nella seconda preghiera Colletta, che, come sappiamo, compendia tutta la liturgia domenicale.

Oggi, nel brano del Vangelo di Matteo, al primo versetto leggiamo: “Pietro si avvicinò a Gesù e gli disse: Signore, se mio fratello commette colpe contro di me, quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?” (18,21).

In questa domanda ritroviamo tutta l’umanità di Pietro: irruento, sincero, profondo, a volte spigoloso, ma sempre autentico. Non dobbiamo dimenticare le sue radici giudaiche e gli insegnamenti ricevuti: nella tradizione ebraica, infatti, si parlava comunemente di perdonare fino a tre volte. E questo era già considerato un perdono pieno e generoso, fondato anche su alcune interpretazioni dell’Antico Testamento, come il libro del profeta Amos, dove Dio perdona “tre volte” ma alla quarta interviene con il giudizio.

Pietro, però, che ha già iniziato a conoscere il cuore del Maestro, intuendo che Gesù non si fermerà a quella misura, prova ad andare oltre: raddoppia e aggiunge ancora, arrivando a sette. Un numero significativo, perché nella Bibbia rappresenta la pienezza, la perfezione. È come se Pietro dicesse: “Sono disposto a perdonare nel modo più completo possibile”.

La sua domanda nasce anche dal contesto degli insegnamenti di Gesù sulla correzione fraterna. Pietro non chiede tanto come correggere, ma fin dove occorre spingersi nel perdonare, soprattutto quando si tratta di offese personali, forse anche non riconosciute o non accompagnate da pentimento.

Qui emerge una differenza interessante tra i Vangeli: mentre in Luca si parla di un fratello che torna chiedendo perdono, in Matteo il perdono appare più radicale, incondizionato, non legato alla risposta dell’altro. È un perdono che nasce da dentro, che non aspetta condizioni e trova la sua forza nel ricordo di ciò che noi stessi abbiamo esperimentato.

Infatti, possiamo perdonare così solo se ci ricordiamo del perdono largo, gratuito, incommensurabile che Dio ha già donato a ciascuno di noi.

Ognuno di noi, infatti, davanti a Dio, è come il servo a cui è stato condonato un debito impossibile da restituire.

Pietro, che cerca di dare una misura a suo giudizio perfetta, deve rendersi conto che la risposta di Gesù invece rompe ogni schema: “Non fino a sette, ma fino a settanta volte sette!” (Mt 18,22). Non è un numero da calcolare, ma un modo per dire che il perdono non può avere limiti.

Con la sua affermazione il Maestro capovolge la logica antica della vendetta, ricordata nel canto di Lamech: “Sette volte sarà vendicato Caino, ma Lamech settantasette” (Gen 4,24). Dove prima si moltiplicava la vendetta, ora si moltiplica il perdono.

E così il discepolo è chiamato ad entrare in questa logica nuova: non contare più, ma amare; non trattenere il male ricevuto, ma lasciarlo andare; non chiudere il cuore, ma lasciarlo dilatare dalla misericordia di Dio.

Qui mi viene in mente uno stralcio di una meditazione di Silvano Fausti, che riporto:

Il perdono è proprio il respiro della vita comunitaria. Il perdono che ricevo è ciò che mi dà la vita, mi fa nascere; il perdono che do è ciò che mi fa crescere e mi fa stare vivo. Il perdono è proprio come l’inspirare e l’espirare, lo ricevo e lo do, se non lo do, smetto di respirare. Di fatti tutta la parabola non è tanto sul ricevere il perdono, che c’è già e però bisogna prenderne coscienza, quanto sul darlo. Il fatto che tu lo dai è la prova che l’hai ricevuto, l’unica verifica. Nel Padre Nostro si dice: Perdona a noi, come noi abbiamo perdonato ai nostri debitori, e ai tempi di Sant’Agostino c’erano persone che a questo punto della preghiera del Padre Nostro saltavano questo pezzo, perché se Dio perdona a noi come noi perdoniamo gli altri, poveri noi. Sant’Agostino dice che non vale saltarlo, bisogna proprio far così. Se io non perdono vuol dire che io non ho accettato il perdono, che non vivo del perdono, non conosco l’amore gratuito del Padre per me e per l’altro che è lo stesso. Allora questa parabola spiega proprio il motivo per cui dobbiamo perdonare sempre[1].

Gesù, raccontando la parabola del servo spietato, insegnare che il perdono cristiano non si limita a ciò che è facile da perdonare, ma arriva fino a ciò che sembra imperdonabile.

La nostra parabola si sviluppa in tre momenti: prima l’incontro tra il re e il servo, a cui viene cancellato un debito enorme; poi lo stesso servo che, senza pietà, pretende da un altro servo una somma molto più piccola; infine, il re che lo richiama e lo condanna per la sua durezza di cuore.

Il contrasto tra le due situazioni è forte: sembra impossibile che chi ha ricevuto tanto non sia capace di dare poco; eppure, il fatto che accade mette in luce una verità importante: spesso il peccato nasce da una combinazione di cattiveria e cecità, perché non riusciamo a riconoscere il bene ricevuto.

La parabola mostra anche che il perdono non sempre cambia subito il cuore di chi lo riceve, mentre la sua forza sta proprio nella gratuità: è un atto che non pretende nulla in cambio, che ricrea la relazione, anche senza garanzie.

Questo perdono incondizionato trova il suo pieno compimento in Gesù, che sulla croce offre il perdono anche a chi non lo chiede. È un amore unilaterale, che risponde al male con il bene.

Il perdono cristiano, quindi, è allo stesso tempo forte e fragile: forte perché può raggiungere tutto, fragile perché non impone nulla. Ma proprio in questa debolezza si manifesta la forza di Dio. Dove c’è perdono, lì è presente Dio. E lì inizia già a manifestarsi il suo Regno.

Domande per la riflessione personale:

  • Ricordo davvero quanto Dio ha perdonato a me?
  • C’è qualcuno che faccio fatica a perdonare oggi?
  • Il perdono può cambiare davvero le relazioni? Come?
  • Come possiamo educarci concretamente a vivere il perdono ogni giorno?

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