Domenica 13 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sir 27,33-28,9 Sal 102 Rm 14,7-9 Mt 18,21-35
di Francesco Lambiasi Vescovo emerito di Rimini 🏠home
Non siamo dei cristiani perfetti. Siamo tutti dei peccatori perdonati. Sappiamo che il nostro conto con Dio è sempre pesantemente in rosso, ma preferiamo dimenticarcene. Ci piace di più aggiornare puntigliosamente la nostra carta di credito nei confronti dei fratelli, e nella partita doppia del dare e dell’avere stiamo sempre lì ad azzerare, con scaltri maneggi e manipolazioni furbesche, la colonna dei nostri debiti. Perché dobbiamo perdonare? e fino a quante volte? Non sono solo le domande di Pietro. Sono anche le nostre.
Quando Gesù compare all’orizzonte della storia, il popolo d’Israele aveva perseguito un lungo cammino sulla strada del perdono. Al tempo di Mosè la legge del taglione aveva cercato di mettere un po’ di ordine nella giungla della vendetta “fai-da-te”: a nessuno è lecito di fare un male peggiore di quello che ha subìto. Poi con Geremia si fa un passo avanti: il profeta rinuncia a farsi giustizia da solo, ma rimette la sua causa nelle mani di Dio, dal quale però invoca i fulmini della vendetta contro i propri nemici. Nel corso del II secolo a.C., un sapiente di nome Gesù, figlio di Sirach, nel libro che da lui prende nome, il Siracide, afferma con chiarezza la necessità di perdonare: “Chi si vendica avrà la vendetta dal Signore”. Lo abbiamo ascoltato nella prima lettura. Le motivazioni addotte, squisitamente umane e profondamente religiose, si possono raggruppare in queste due: come si può domandare misericordia al Signore e poi non usarla per un nostro simile? Come non perdonare quando ci si ricorda che siamo tutti dei poveri mortali, deboli e fragili?
Gesù di Nazaret sembra confermare questo messaggio. Ma è veramente così, oppure – si domanda Pietro – anche qui il Maestro ha apportato una novità? Sarà forse questione di quantità? “Quante volte dovrò perdonare al mio fratello? Fino a sette volte?”. Gesù taglia corto: “Non fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”. Come a dire: sempre! Ma per far capire a Pietro perché e cosa significhi perdonare, si spiega con la parabola dei due debitori. Il messaggio è trasparente: il debito che il servo cattivo rifiuta di rimettere al suo compagno è una sciocchezza, confrontata con l’enorme somma che il suo padrone gli condona.
Come si vede, ancora una volta Gesù afferra la domanda e la riporta al centro. Al centro di ogni domanda c’è Dio. Bisogna guardare a lui: il suo perdono è il motivo e la misura del perdono fraterno. Dobbiamo perdonare perché siamo stati e veniamo continuamente perdonati da Dio. Dobbiamo perdonare senza misura, perché senza misura Dio ci ha perdonati e continuamente ci perdona.
Povero Pietro! E’ andato a impelagarsi nella casistica di scribi e farisei: alcuni di loro arrivavano a quantificare la concessione del perdono fino a tre volte. Pietro fa il generoso e arriva fino alla piena misura del numero perfetto: fino a sette volte. Ma poi, basta? No, risponde Gesù: se proprio bisogna calcolare, allora si deve moltiplicare il numero perfetto, il sette, per se stesso, e poi ancora per un altro numero perfetto, il dieci. Viene fuori un prodotto più che perfetto: quattrocentonovanta. Commentava M. Luther King: Provate a perdonare quattrocentonovanta volte, e vi accorgerete che la volta dopo non ne potrete più fare a meno. Dunque si deve perdonare e basta, senza calcolare.
Noi ora stiamo per fare la nostra offerta all’altare. Come non ricordare la parola di Gesù che ci mette in guardia: se ti ritorna in mente che un tuo fratello ha qualcosa contro di te…
Nell’Eucaristia facciamo comunione con il Signore Gesù che nella sua passione “oltraggiato non rispondeva con oltraggi e soffrendo non minacciava vendetta”.
Ricordiamocelo: la misura del perdono è un perdono senza misura. Questa è l’insuperabile vittoria della pace sulla violenza della guerra.




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