Domenica 13 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sir 27,33-28,9 Sal 102 Rm 14,7-9 Mt 18,21-35
di Don Massimo Grilli Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano 🏠home
Il tema della Domenica
Il perdono è il grande tema di questa domenica. Un tema scottante, se si pensa alla mancanza di pietas che contraddistingue le scelte storiche e quotidiane degli uomini del nostro tempo. Si sente il bisogno di armarsi sempre più e il perdono costituisce – per molti – una risposta debole ai mali del mondo. Eppure, sia la tradizione ebraica che quella cristiana trovano nel perdono la grandezza di Dio e quella dell’uomo: un tesoro da riscoprire in tempi in cui il dispiegamento della forza vendicativa sembra essere divenuto l’unico deterrente efficace di fronte alla malvagità dell’uomo.
Prima lettura: Sir 27,30-28,7
La citazione «mia sarà la vendetta e il castigo», tratta dal libro del Deuteronomio (32,35), potrebbe essere il titolo adeguato per i consigli del saggio, contenuti nella pagina odierna del Siracide. Il tema della vendetta riservata a Dio, contrariamente a ogni apparenza, è un tema liberante, perché svincola la retribuzione dall’altalena delle sensazioni umane e la àncora alla grandezza e alla magnanimità di Dio. Una tradizione espressa nel Talmud, descrivendo lo scorrere della giornata di Dio, afferma che «nelle prime tre ore il Santo, benedetto egli sia, sta seduto occupandosi dell’insegnamento della Legge. Nelle altre tre egli siede per giudicare il mondo intero. E non appena vede che il mondo merita di essere annientato, abbandona lo scanno del diritto per sedersi su quello della misericordia». L’immagine del Dio che abbandona lo scanno della giustizia per sedersi su quello della misericordia è suggestiva, perché è proprio dalla misericordia di Dio che Gesù fa derivare la responsabilità del perdono reciproco (cf. vangelo odierno).
In effetti, come potrebbe l’uomo, colpevole e meritevole di castigo, fare vendetta dei suoi nemici? O, come potrebbe invocarla sugli altri, sapendo che lui stesso ne è meritevole, forse a maggior ragione? Solo chi è senza colpa, solo chi è innocente, solo Dio può avocare a sé il castigo; l’uomo, invece, può solo offrire quel perdono di cui lui stesso ha bisogno e, così, essere a sua volta perdonato: «Perdona l’offesa al tuo prossimo e allora, per la tua preghiera, ti saranno rimessi i peccati» (Sir 28,2).
L’ideale delineato dal Siracide parte dal limite umano, perché i figli degli uomini sono soltanto carne, fragili e bisognosi della misericordia di Dio: con quale diritto potrebbero giudicare e farsi giustizia? «Ricordati della tua fine e smetti di odiare»: una bella massima, un invito a guardare ogni cosa dalla fine, da quel punto conclusivo alla luce del quale tutto acquista un senso nuovo e diverso.
È interessante il rimando all’alleanza, come deterrente per l’offesa subìta. In fondo che cos’è il patto che Dio ha stretto con i suoi fedeli se non un esercizio di misericordia, che Dio, giusto giudice, dispensa su tutti coloro che egli ama? È proprio questa la ragione per cui il Siracide raccomanda incessantemente la preghiera: in presenza dei nemici non possiamo far altro che rimettere tutto nelle mani di Colui che è libero da propositi punitivi ed è per questo chiamato “Giusto”.
Il Vangelo: Mt 18,21-35
Esiste un limite al perdono? Nella domanda di Pietro, il numero sette indica una demarcazione, un confine ragionevole. I rabbini, infatti, discutevano sul numero delle volte in cui bisognava accordare il perdono, ritenendo che si potesse perdonare fino a 3 o 4 volte, secondo lo stile di Dio, che desumevano da vari passi della Scrittura. Pietro, con il numero 7 si spinge oltre e indica la disponibilità ad accordare il perdono oltre la misura stabilita dalla prassi. Ma pone sempre un limite.
La risposta di Gesù prende spunto da un canto contenuto nel libro della Genesi e attribuito a Lamech, uno dei discendenti di Caino, ma ne rovescia la logica. Il canto si trova in Gen 4,23-24: «Ada e Zilla udite la mia voce; donne di Lamech, ascoltate il mio dire! Ho ucciso un uomo per una mia ferita e un ragazzo per una mia contusione. Poiché se sette volte sarà vendicato Caino, Lamech invece settanta volte sette». Quella di Lamech è la logica della vendetta senza limiti. “Settanta volte sette” sta ad indicare qualcosa di illimitato. A questa logica, Gesù contrappone dapprima una massima sul perdono illimitato (v. 22) e poi un insegnamento parabolico che dà la ragione della massima esposta.
La parabola è ben costruita, divisa in tre scene, con una sentenza finale, decisiva. L’accento del primo atto (vv. 23-27) è posto sull’ultima frase, dove si sottolinea la magnanimità del Signore nei confronti di un suo debitore. Il debito viene rimesso per la commozione profonda del Signore.
Nella seconda scena (vv. 28-30) l’accento è posto sulla strategia di contrasto, mediante la quale l’autore coinvolge il lettore in un giudizio negativo verso il servo appena perdonato. Il contrasto emerge a vari livelli. A livello di contendenti, perché nel primo caso colui che perdona è il signore e colui che è perdonato è un servitore, mentre, nel secondo, il rapporto è tra eguali. Un secondo contrasto è a livello di insolvenze: la somma che il funzionario avrebbe dovuto restituire al suo signore ammontava a 10.000 talenti, mentre il suo collega gli doveva solo 100 denari (circa 5 euro). Ma il contrasto maggiore è tra l’atteggiamento benevolo del padrone e quello spietato del suo debitore.
Il giudizio sul servo malvagio nell’ultima scena (vv. 31-34) non viene espresso sulla base di categorie giuridiche (a livello di stretta giustizia il servitore aveva diritto a esigere dal suo collega ciò che gli era dovuto), ma sulla base della misericordia non condivisa: «Non bisognava che tu avessi pietà del tuo compagno come io ho avuto pietà di te?».
Nel v. 35 abbiamo l’applicazione conclusiva, che chiama in causa i lettori. Il “punto focale” della parabola viene applicato ai membri della comunità ecclesiale, riprendendo i passaggi del discorso della montagna sul perdono (6,14-15) e sul giudizio reciproco (7,1-2). Il discorso diretto con il pronome personale voi non può non attirare l’attenzione dei lettori, coinvolti loro malgrado.
L’accenno al giudizio ultimo costituisce un severo e costante richiamo di Matteo. Il giudizio riguarda tutti, perché davanti a Dio siamo tutti debitori insolvibili. Egli ci accorda il suo perdono nella misura in cui esso viene partecipato ai fratelli. Scopriamo così la profondità della domanda contenuta nel Padre nostro (6,12) e dell’affermazione della beatitudine sui misericordiosi (5,7).
I lettori di Matteo sanno dunque di stare l’uno di fronte all’altro come debitori che vivono tutti della misericordia del Padre. Loro compito precipuo è donarsi quel perdono di cui essi sono stati fatti oggetto.




Rispondi