Alessandro Cortesi Commento XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)

Domenica 13 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sir 27,33-28,9   Sal 102   Rm 14,7-9   Mt 18,21-35

di Alessandro Cortesi🏠home

Nel libro del Siracide, parte della tradizione sapienziale una parola importante riguarda il perdono. La meditazione parte da un testo del Levitico che pone un chiaro rifiuto della vendetta: ‘Non coverai nel tuo cuore odio contro il tuo fratello; rimprovera apertamente il tuo prossimo, così non ti caricherai di un peccato per lui. Non ti vendicherai e non serberai rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te stesso. (Lev 19,17-18). Un filo rosso è presente nei libri biblici e guida all’esperienza del perdono. Si può pensare alla vicenda di Giuseppe che perdona i fratelli oppure a Davide che perdona Saul. Il testo del Levitico è tappa di un percorso di rifiuto della violenza e di superamento della logica della vendetta, della rappresaglia e del taglione. E’ un’apertura importante anche se limitata al fratello, a colui che è vicino, a chi appartiene al popolo d’Israele. Ben Sira nel II secolo rilegge questo testo del Levitico e ne fa scaturire una prospettiva più ampia. Parla di un perdono che si radica nel rapporto stesso con Dio: il perdono come gesto dell’uomo verso chi gli è simile si radica nell’agire di Dio. Dio darà il suo perdono a chi avrà perdonato l’offesa subita: “Perdona l’offesa al tuo prossimo e per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati. Un uomo che resta in collera verso un altro uomo, come può chiedere la guarigione al Signore? Lui che non ha misericordia per l’uomo suo simile, come può supplicare per i propri peccati? Se lui, che è soltanto carne, conserva rancore, come può ottenere il perdono di Dio?” E ancora: “Ricorda i precetti e non odiare il prossimo, l’alleanza dell’Altissimo e dimentica gli errori altrui”.

Nel tempo di Gesù varie scuole religiose riflettevano sulla questione del perdono: qualcuno indicava un limite al perdono da dare. Per questo nel vangelo di Matteo Pietro interroga Gesù per mettere la sua parola a confronto con quella di altri maestri: si deve perdonare fino a  sette volte? Gesù rinvia ad una misura della misericordia senza limite, che non può essere posta entro angusti orizzonti.

La parabola originaria di Gesù rinvia al volto di Dio: sta qui la sua preoccupazione fondamentale, aprire a cogliere il modo di agire di Dio, non secondo i modelli dell’egoismo e della violenza.

Il re che si trova di fronte al servo che gli chiede semplicemente di aver pazienza e rinviare il pagamento del debito, non solo accetta la richiesta di pazientare con lui ma gli ‘condona’ tutto il debito. “Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito”. La compassione è al centro. Sta qui il passaggio fondamentale della parabola: Gesù presenta il perdono come movimento che ha la sua origine da un Dio di compassione e va oltre ogni attesa e calcolo. Nel gesto del re che non solo ritarda l’esigenza di un pagamento ma condona tutto il debito si racchiude l’annuncio paradossale di una ‘giustizia più grande’, che è sinonimo di misericordia. La giustizia di Dio è la sua misericordia. Per questo Gesù insiste nel dire ‘Misericordia io voglio e non sacrificio’ (Mt 9,13; 12,7) riprendendo l’annuncio del profeta (Os 6,6). Annuncia un volto di Dio capace di condonare perché ama oltre ogni limite. Il servo che ha ricevuto un dono così grande rimane tuttavia prigioniero di logiche ristrette, di una piccolezza del cuore che lo porta a farsi aguzzino di chi gli deve qualcosa: “restituisci quel che devi” è espressione della logica della restituzione, dell’adempimento di un’esigenza. Non prolunga il dono ricevuto senza meriti, ma esige con rigore il pagamento del debito. Non si lascia cambiare nel superare la logica del dovuto.

La parabola originaria di Gesù trova una rilettura nella comunità di Matteo e vengono accentuate le dimensioni ecclesiali ed il rapporto agli ultimi tempi. Il re che condona diecimila talenti è colui che poi giudica, e viene così evocato il giudizio finale. Il servo che non ha condonato cento denari – poca cosa rispetto ai diecimila talenti che egli stesso doveva – è destinato a subire un supplizio drammatico. Matteo in tal modo presenta un accento sulla responsabilità della comunità. Il tempo della chiesa sta in mezzo tra un perdono ricevuto, da accogliere con sorpresa e gratitudine, e un perdono da trasmettere. Il perdono è in radice dono del Dio di misericordia ed il suo ‘condono’ sta all’origine della nostra vita: il tempo della chiesa si apre ad attuare scelte di riconciliazione. La comunità a cui Matteo pensa nel redigere il vangelo è chiamata a lasciare  spazio all’agire di Dio e ad attuare responsabilità di un perdono che supera la giustizia: ‘Se voi perdonerete agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche voi’ (Mt 6,14).


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