Domenica 13 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXIV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sir 27,33-28,9 Sal 102 Rm 14,7-9 Mt 18,21-35
di Don Paolo Zamengo
«Signore, se mio fratello commette una colpa contro di me,
quante volte dovrò perdonargli? Fino a sette volte?». E Gesù gli
rispose: «Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte
sette». Il primo istinto di chi subisce un torto, è quello di
vendicarsi, cioè di restituire il colpo con gli interessi.
Purtroppo le cronache di tutti i giorni ci narrano in abbondanza
fatti di sangue, accoltellamenti e uccisioni nati dal niente: una
parola maldestra, uno sguardo di troppo, una precedenza non
rispettata, una spinta occasionale. Siamo precipitati in una
società violenta, che non conosce più non solo l’altissimo orizzonte della proposta evangelica, ma nemmeno la misura normale dell’essere umani.
Già nell’Antico Testamento la “legge del taglione” limitava la vendetta alla reciprocità: Poi, lentamente, la “legge del taglione” si è messa in cammino, fino alle pagine del Vangelo: «Maltrattato, si lasciò umiliare, e non aprì la sua bocca; era come un agnello condotto al macello» (Is 53,7).
Nel Vangelo, Gesù ripudia la legge del taglione, fino ad esigere di amare e di pregare per nemici e persecutori. Ancor di più: dobbiamo accordare il perdono «fino a settanta volte sette». Sempre.
Lo spettacolo che viene offerto dal racconto della parabola evangelica supera ogni immaginazione: è portato davanti al re un servo debitore della somma allucinante di diecimila talenti: una voragine immane. Probabilmente doveva trattarsi di un funzionario di alto rango, che si trovava in una situazione disperata.
In realtà, questo debito veramente inimmaginabile, rappresenta una cifra “teologica”: davanti a Dio noi siamo tutti debitori insolvibili. La somma indicata è dunque il simbolo della nostra estrema miseria di fronte a Dio. Anche se pensassimo di sacrificare totalmente noi stessi e quanto abbiamo di più caro al mondo, continueremmo a rimanere insolventi davanti a Dio.
Ma «Il padrone ebbe compassione di quel servo, lo lasciò andare e gli condonò il debito».
Ebbe compassione: questo verbo si rivela come uno dei più belli dei Vangeli. Significa letteralmente «essere commosso nel profondo delle viscere»; «nel profondo del cuore», diremmo noi oggi.
È il verbo che rivela il cuore stesso di Dio. Riferito a Gesù, descrive il fremito di un’emozione pienamente umana che afferra il suo cuore di fronte alle folle stanche e abbandonate, di fronte ai peccatori, di fronte alle sofferenze dei malati.
Da questa fonte, alla quale ci siamo abbeverati, deve scaturire il perdono del fratello al fratello:
«Non dovevi anche tu avere pietà del tuo compagno, così come io ho avuto pietà di te?» Ma non sempre accade così. Come il servo della parabola, al quale è stato condonato tutto, spesso anche noi, per un piccolo ‘debito’ afferriamo per la gola il fratello, fino a umiliarlo mille volte.
La pietà, la misericordia, sono realtà sempre più rare. Anche tra i cristiani. Non occorre scendere in certe regioni per renderci conto di vendette di sangue che durano da decenni, e che hanno sterminato intere famiglie. Io me ne sono reso conto personalmente, negli anni vissuti in Calabria.
Ma esiste anche in mezzo a noi, nei nostri paesi e nelle nostre famiglie, la divisione, l’ostilità, e anche l’omicidio. Sono 34 le donne che sono state uccise da chi diceva di amarle, nei primi sei mesi di quest’anno.
La violenza, l’incapacità di perdonare, hanno spesso origine da gelosie, da problemi di confini, da spartizioni di eredità, da piccoli torti subiti. Siamo ancora nell’Antico Testamento, e anche più indietro. L’esito è una esistenza impoverita e prigioniera di pensieri tristi. Viviamo in una carne malata.
«Così anche il Padre vostro celeste farà con voi se non perdonerete di cuore, ciascuno al proprio fratello». Il culto esteriore, praticato anche da coloro che non vogliono perdonare, deve lasciare il posto alla religione del cuore. Noi siamo la Chiesa: una comunità di fratelli che si perdonano e si amano. Si amano perdonandosi. E insieme fanno festa.




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