Domenica 20 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 55,6-9 Sal 144 Fil 1,20-24.27 Mt 20,1-16
di padre Ezio Lorenzo Bono🏠home
Quanti occhi ha un uomo? La risposta, per noi, è scontata: due. Eppure, nell’induismo, nel buddhismo e in alcune tradizioni spirituali ed esoteriche ricorre l’immagine di un “terzo occhio”: un occhio nascosto, interiore, simbolicamente localizzato al centro della fronte, tra le sopracciglia. Sarebbe l’occhio capace di vedere ciò che sfugge ai nostri occhi fisici, di andare oltre le apparenze e di percepire una realtà più profonda. Secondo alcune interpretazioni, questo terzo occhio corrisponderebbe alla ghiandola pineale. Anche Cartesio attribuiva una particolare importanza a questa piccola ghiandola situata nel cervello, considerandola la sede principale dell’anima e il punto misterioso nel quale la res extensa, cioè il corpo, si unisce alla res cogitans, il pensiero. Su Internet si trovano molte tecniche che promettono di “attivare” o potenziare il terzo occhio attraverso pratiche esoteriche, sciamaniche o meditative. Ma non è questo che ora ci interessa.
Anche nella tradizione cristiana ricorre l’immagine dell’occhio interiore, dell’“occhio dell’anima”. San Paolo parla degli “occhi del cuore” che devono essere illuminati per comprendere la speranza alla quale Dio ci ha chiamati. Pensiamo ai discepoli di Emmaus: percorsero diversi chilometri insieme a Gesù, parlarono con lui, lo ascoltarono, eppure non lo riconobbero. Soltanto alla fine, nello spezzare il pane, “si aprirono loro gli occhi”. La stessa cosa accadde a Maria Maddalena. Gesù era davanti a lei, ma inizialmente vide soltanto un giardiniere. Solo quando il Signore la chiamò per nome i suoi occhi si aprirono e riconobbe il Maestro. Anche i miracoli evangelici della guarigione dei ciechi simboleggiano qualcosa di più profondo del semplice recupero della vista fisica: indicano l’acquisizione di uno sguardo nuovo, la capacità di vedere la realtà con gli stessi occhi di Dio.
II.
Il Vangelo di questa domenica ci parla proprio di alcuni ciechi. Non avevano nessuna deficienza agli occhi; anzi, ci vedevano benissimo. Avevano visto perfettamente il salario dato agli operai dell’ultima ora e si erano subito accorti che era uguale al loro. I loro occhi funzionavano bene. Era cieca la loro anima. Vedevano quanto avevano ricevuto gli altri, ma non vedevano la bontà del padrone. Vedevano il denaro, ma non vedevano le persone. Vedevano il proprio merito, ma non vedevano il bisogno degli ultimi. Gesù ci invita a potenziare quel “terzo occhio” che ci permette di guardare la realtà da un’altra prospettiva: quella di Dio. Guardando con gli occhi degli operai della prima ora, il comportamento del padrone sembra ingiusto. Chi ha lavorato dodici ore sotto il sole dovrebbe ricevere più di chi ha lavorato soltanto un’ora. È una questione di logica, di proporzione, persino di giustizia sindacale. Ma il padrone non commette nessuna ingiustizia: agli operai della prima ora dà esattamente ciò che aveva pattuito con loro. Non toglie nulla a nessuno. Semplicemente, decide di essere generoso con gli ultimi. Il denaro ricevuto, infatti, non era soltanto il pagamento di una prestazione: era ciò che permetteva a un uomo di tornare a casa e dare da mangiare alla propria famiglia. Gli operai dell’ultima ora avevano lavorato poco, è vero, ma anche loro avevano una famiglia da sfamare. Per questo il padrone non guarda soltanto ai loro meriti; guarda anche ai loro bisogni.
Con il terzo occhio vedremo allora che il rapporto tra l’uomo e Dio non è un rapporto sindacale, fondato sul calcolo delle ore lavorate e dei meriti accumulati, ma è un rapporto di eccedenza d’amore. Vedremo che, per Dio, la preoccupazione per una pecora smarrita può essere superiore a quella per le novantanove che sono già al sicuro. Vedremo che il padre può correre incontro al figlio che ha sperperato tutto, abbracciarlo e organizzare una festa per lui. Gli operai dell’ultima ora possono rappresentare tutti coloro che soltanto al tramonto della vita incontrano il Signore o, meglio ancora, si lasciano incontrare da lui. Come potremmo, noi che abbiamo avuto la fortuna di lavorare per tutta la vita nella vigna del Padre, provare invidia verso di loro? Sarebbe come provare invidia per una persona invalida che ha il parcheggio riservato sotto casa, mentre noi dobbiamo fare magari diversi chilometri per trovare un posto. Vediamo soltanto la fatica che facciamo per parcheggiare e ci dimentichiamo della fortuna che abbiamo: quella di poter camminare sulle nostre gambe! È la stessa invidia del fratello maggiore della parabola del figliol prodigo. Perché tutta quella festa? Perché il vestito più bello, l’anello al dito e il vitello grasso? Perché tutta quell’eccedenza d’amore del padre verso un figlio che ha voluto perdersi? Anche il fratello maggiore vedeva bene, ma soltanto con i primi due occhi. Vedeva la festa, la musica, il vitello grasso, ma non riusciva a vedere la gioia del padre per un figlio che era morto ed era tornato in vita.
Il terzo occhio ci permette di vedere con gli stessi occhi del Padre misericordioso, per il quale nessuno è definitivamente scartato o buttato via. Tutti, persino coloro che si sono macchiati di colpe gravissime, possono essere riscattati, se accolgono l’amore di Dio e si lasciano trovare. Il padrone della parabola esce più volte durante la giornata: all’alba, alle nove, a mezzogiorno, alle tre e persino alle cinque del pomeriggio. Dio non si stanca di uscire. Non dice mai: “Ormai è troppo tardi”. Fino all’ultima ora continua a cercare qualcuno da chiamare nella sua vigna. Agli ultimi domanda: “Perché ve ne state qui tutto il giorno senza far niente?”. Ed essi rispondono: “Perché nessuno ci ha presi a giornata”. Non sappiamo perché nessuno li abbia chiamati prima. Forse erano i meno forti, i meno giovani, i meno capaci; quelli che tutti avevano guardato e poi lasciato lì. Ma il padrone della vigna vede ciò che gli altri non vedono. Vede persone che hanno ancora una possibilità, anche quando ormai manca soltanto un’ora al tramonto.
Che bello pensare che il Signore ci ha trovati sulla piazza fin dall’inizio e non ci ha lasciati buttare via tanto tempo della nostra vita senza di lui. Eh sì: una vita senza il Signore rischia di diventare un bighellonare a vuoto. Ma per riconoscere Gesù che esce continuamente a cercarci non bastano i primi due occhi. Bisogna attivare il terzo occhio.
III.
Per concludere.
Conoscete la storiella dei due infermi, immobili nei loro letti in una stanza d’ospedale?
Uno dei due aveva il letto vicino alla finestra. Ogni giorno si sollevava un poco sul gomito e raccontava all’altro, che era lontano dalla finestra, tutto ciò che vedeva fuori. Gli descriveva il parco con il laghetto azzurro e i cigni bianchi, i bambini che giocavano, gli uccelli che volavano nell’aria, i fiori colorati e le piante che cambiavano colore a ogni stagione. Il secondo infermo non poteva vedere lo spettacolo dalla finestra, ma era ugualmente felice: attraverso le parole dell’amico immaginava tutta quella bellezza. E così i due diventarono molto amici. Un giorno, l’uomo vicino alla finestra morì. Il secondo chiese allora di poter occupare il suo letto. Quando fu spostato, si sollevò lentamente sul gomito e guardò finalmente fuori, desideroso di vedere lo spettacolo che l’amico gli aveva descritto ogni giorno. Con sua grande sorpresa scoprì che dalla finestra si vedeva soltanto una parete bianca. Il suo amico era cieco e non aveva mai potuto vedere neppure quella parete. Eppure aveva visto il lago, i cigni, i bambini, i fiori… e li aveva fatti vedere anche a lui.
Perché certe cose non si vedono con gli occhi del corpo. Si vedono soltanto con il terzo occhio.




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