Domenica 20 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 55,6-9 Sal 144 Fil 1,20-24.27 Mt 20,1-16
di Figlie della Chiesa🏠home
Questa estate ho avuto il dono di fare un’esperienza missionaria in una comunità delle Figlie della Chiesa in Malawi, a Blantyre, con cinque giovani, e tra le altre cose incredibili che ho avuto la possibilità di vedere, c’era anche la scena che oggi meditiamo nel Vangelo di questa domenica. È stato molto illuminante per me osservare, nei volti delle persone che aspettavano di essere chiamate a lavorare, l’ansia di chi si ritrova a dover dipendere dagli altri per poter vivere. Ho visto nei volti e negli atteggiamenti di quegli uomini un misto di attesa fiduciosa e di angoscia: nel modo con cui aspettavano, nel loro camminare avanti e indietro, nell’osservare chiunque arrivava, ho constatato la trepidazione carica di speranza di poter guadagnare qualcosa da portare alle loro famiglie a casa, in modo da poter mangiare; dall’altro notavo il volto tirato, il profilo basso, il modo di vestire un po’ trasandato e l’angoscia di sentirsi falliti anche in quella giornata, quando nessuno li aveva chiamati a lavorare.
La scena si modificava quando si profilava qualche padrone che cercava lavoratori: immediatamente la calca, la speranza nei volti, le corse e le sgomitate per arrivare per primi dove il padrone si era fermato e poi il risultato ambivalente di persone soddisfatte per aver ottenuto un lavoro, che salivano felici e volenterose sul camion e persone avvilite che si lasciavano cadere per terra a sedere, con la delusione ulteriore di non essere stati presi nemmeno stavolta.
Ho voluto cominciare con questa concreta esperienza il commento al testo evangelico odierno, perché credo che la liturgia di questa XXV Domenica del Tempo Ordinario sia davvero il cuore del Vangelo, il cuore della buona notizia che Gesù è venuto per dare salvezza ai peccatori, non ai giusti e perché questo è comprensibile solo se ne facciamo esperienza, se ci mettiamo concretamente nei panni di chi ogni giorno fatica per avere una vita dignitosa.
Ma c’è un livello ancora più profondo che questa Parola oggi ci consegna: cioè la possibilità di guardarci dentro e di riconoscere che Dio si prende cura e ha a cuore la nostra vita sempre, ma soprattutto quando a noi sembra di essere dei falliti, di non avere più speranza, di doverci accontentare di una vita vuota e senza senso; perché, magari, nonostante tutti i nostri tentativi, ci troviamo ancora seduti ad aspettare una novità che non arriva e abbiamo deciso di non sperare più.
La pericope evangelica che la Liturgia ci presenta è una perla esclusiva dell’evangelista Matteo che, destinando il suo Vangelo ai giudei convertiti al cristianesimo, ha l’intento di mostrare il vero volto del Dio di Gesù Cristo.
Come il velo del tempio che si squarcia alla morte del Signore per mostrare che Dio è diverso, Dio è Amore, Dio ama da morire, così questa parabola ha la finalità di squarciare l’immagine stereotipata di un Dio che mi ama se me lo merito, se faccio delle cose, se mi comporto bene.
Il primo scandalo di questa parabola è la constatazione che Dio non si comporta con tutti allo stesso modo, non fa giustizia come siamo abituati a fare noi: Dio è diverso. E questo perché sa che noi non abbiamo bisogno della stessa misura per sentirci amati; sa che siamo unici, anche nel bisogno di essere visti, amati, riconosciuti; per cui usare la stessa misura vorrebbe dire essere ingiusti.
Già don Milani, inascoltato, diceva che «non c’è peggior ingiustizia che far parti uguali tra diseguali». Se ho davanti tre bambini di altezza diversa non posso dare a tutti e tre lo stesso sgabello per guardare fuori dalla finestra. È probabile che il più piccolo non riuscirà mai a guardare il mondo” (da Leggersi dentro di G. Piccolo).
La buona notizia che la Parola ci annuncia oggi è che Dio si china su di me, si prende cura del mio reale bisogno e fa lo stesso con chi è accanto a me. Comprendiamo allora che l’arma che il Nemico della natura umana usa per confonderci e per farci inciampare è istigarci a guardare gli altri, quello che hanno in più di noi e che a noi sembra abbiano ricevuto ingiustamente, mentre a noi che ci affanniamo, che siamo fedeli, che osserviamo i comandamenti, che andiamo a messa tutte le domeniche… mai una gioia!
Al contrario, il vero volto che il Vangelo ci consegna è quello di un Dio che “desidera che a tutti sia garantito ciò di cui hanno bisogno”; e questo è un dono e un impegno, perché da un lato è necessario che io riconosca la portata del dono e dall’altra che mi impegni a fare altrettanto, perché “Dio ci ama, ma sempre per mezzo di un altro”, come affermava il grande Don Tonino Bello.
Accogliere la Parola che Dio oggi ci rivolge ci porta davvero al cuore del Vangelo, perché ogni vera relazione con il Dio di Gesù Cristo parte da qui.
Come ogni parabola, nemmeno questa ha un finale: sta a noi scegliere se accogliere un Dio che si prende cura del nostro bisogno e ci chiede di fare altrettanto, oppure continuare a recriminare pretendendo una giustizia che nessuno potrà mai veramente realizzare




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