Francesco Lambiasi”Dio è altro e sempre oltre”

Domenica 20 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 55,6-9   Sal 144   Fil 1,20-24.27   Mt 20,1-16

di Francesco Lambiasi🏠home

Per quanto si legga e rilegga, la parabola degli operai della vigna sembra fatta apposta per ottenere l’effetto sgradevole di una provocazione urticante. Come può essere giusta una giustizia che fa parti uguali tra disuguali? Può essere divina una giustizia, a prima vista, così poco umana?

La nostra reazione scandalizzata è motivata dal fatto che la conclusione della parabola supera le premesse: perché nella parabola i primi operai vengono pagati come gli ultimi. Ma la conclusione che ne tira Gesù va ben oltre un livellamento delle posizioni e annuncia un completo rovesciamento delle parti: “gli ultimi saranno i primi e i primi ultimi”. A rincarare la dose è il dato che questa sentenza – caso unico in tutto il Vangelo di Matteo – ricorra pari pari immediatamente prima dell’inizio del brano e, poi, al termine. Una frase, questa, che fa da cornice in apertura e in chiusura di tutta la parabola.

Ancora una volta, un Vangelo di rottura. Per coglierne la buona notizia, dobbiamo ricordare innanzitutto il contesto storico. C’è aria di assordante chiacchiericcio attorno a Gesù: a molti “giusti” che fanno la siepe attorno al rabbi di Nazaret non va proprio giù che il maestro se la faccia con i peccatori, e tanto meno suona “politicamente corretta” quella inammissibile inversione dei termini tra “i primi e gli ultimi”, che egli continuamente e quasi accanitamente ripropone. Ma Gesù tira avanti imperterrito nell’infrangere questo insostenibile complesso di superiorità. Abbiamo ascoltato la sua autodifesa di fronte al cicaleccio brontolone dei benpensanti: “Amico – dice il padrone a uno degli operai della prima ora – sei tu invidioso perché io sono buono?”. L’agire di Gesù è a tolleranza-zero: non può benedire l’invidia dei presunti giusti di fronte alla bontà di un Dio che si mostra Padre misericordioso per tutti i suoi figli.

Qui sta il cuore della parabola: nell’annuncio dell’incredibile misericordia di Dio, che può stabilire una vera parità tra i suoi figli, abolendo ogni privilegio e agendo unicamente in base al criterio della più pura gratuità, contro ogni forma di boriosa meritocrazia. Perché – ricordiamolo sempre – quel padrone della parabola è Dio Padre. E gli operai della vigna sono tutti suoi figli. E i suoi figli sono tutti peccatori. E un vero padre non conteggia il merito dei figli, ma ne intercetta il bisogno. Del resto quale merito puoi rivendicare tu, di quali opere ti puoi vantare se hai ricevuto tutto? direbbe s. Paolo. Tutto è dono, tutto è grazia, e anche “i nostri meriti sono suoi doni”, esclama il cantore della grazia, Agostino: è per grazia che ci è dato perfino di poter acquisire meriti. E’ Dio che “nella sua bontà, ci rende capaci non solo di volere, ma anche di agire” (Fil 2,13).

Qual è allora il margine in più di ricompensa per chi ha lavorato fin dal mattino? E’ il vantaggio di aver amato il Signore, di aver lavorato per lui, di aver avuto l’impagabile onore di essere stati sempre con lui. Come il figlio maggiore a cui il padre della parabola secondo Luca dice: “Figlio, tu sei sempre con me e ciò che è mio è tuo”. Se i primi non accettano questa logica superiore, sdrucciolano sul piano inclinato del giustizialismo più bieco e del più miope fiscalismo.

Dio apprezza la nostra ‘manodopera’ e ne va lieto e fiero, ma non ci riduce a bassa manovalanza. Noi riconosciamo stupiti e commossi che è suo il capitale di questa misteriosa ‘società per azioni’ che egli vuole realizzare con noi. E sua è l’energia affidata alle nostre fragili mani. Ecco il vangelo della misericordia: Dio non è giusto e anche misericordioso, e non è misericordioso nonostante sia giusto.

Insomma non c’è giustizia senza misericordia: questo codice vale per Dio Padre. Vale per la Chiesa nostra madre. Perciò non può non valere anche per noi suoi figli.


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