Domenica 20 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 55,6-9 Sal 144 Fil 1,20-24.27 Mt 20,1-16
di Nicola Lagioia🏠home
Da dove viene l’invidia sociale? Nasce dal sapere divisa in parti diseguali la stessa torta? Ricordo un vecchio esperimento in cui la maggior parte degli interpellati dichiarava di preferire cento dollari purché la stessa somma fosse data a ogni individuo del proprio gruppo, anziché averne a disposizione il doppio se a pochi fortunati fosse stata assegnata una somma dieci volte superiore. Oppure questo sentimento sorge in noi, in modo più insidioso, quando altri ricevono la nostra ricompensa a fronte di un lavoro inferiore a quello che riteniamo di aver fatto? Il problema è che la somma che avevamo concordato col padrone della vigna ci è stata pagata. Di cosa ci lamentiamo? Della fortuna altrui? Accettiamo la misericordia solo quando ci avvantaggia.
Ricordo un passo di Simone Weil piuttosto difficile da digerire in cui la grande filosofa, sensibile più di ogni altro alla condizione operaia, diceva che se il lavoro in fabbrica è da considerarsi intollerabile, addirittura demoniaco nella sua oppressività, non basterebbe una paga tripla a riscattarlo. Se sei ridotto a uno strumento, una somma che faccia apparire tollerabile una condizione inumana sta cercando di comprare la tua anima. Questo vale oggi, in modo uguale e opposto, per certi lavori ben pagati il cui scopo è trasformarti in una parte del meccanismo che governa il mondo (penso agli ingegneri che progettano componenti belliche destinate a colpire anche i bambini). Sempre Simone Weil, che sulla preservazione della dignità ha scritto pagine vertiginose, sosteneva che grazia e diritto difficilmente stanno insieme: sarebbe inimmaginabile sentire san Francesco rivendicare un diritto per sé o negare quello altrui: «Ho il diritto di ricevere questo!», «Non ha il diritto di ottenere quello!».
Il merito si sta oggi rivelando un concetto traballante a livello economico e politico (come si possono mettere sullo stesso piano i risultati di chi parte da condizioni diseguali? Ma anche partendo da condizioni di uguaglianza, chi è più dotato è forse più degno?), figuriamoci se ci spostiamo sul piano religioso. La salvezza non si compra. Chi soffre non per un’ingiustizia subita ma per la generosità accordata ai propri simili, della salvezza non è più degno. Immaginare di far valere col Dio cristiano una contabilità morale è ridicolo. Gli ultimi saranno i primi: nessuna idea appare a noi uomini perduti più intollerabile, più offensiva, più scandalosa, più rivoluzionaria, e infine — se mai riuscissimo a farcene toccare — più bella di questa. Applicarla, certo, ribalterebbe il mondo. Ma il cristianesimo non mi sembra sia arrivato per lasciare il mondo così com’è.




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