Domenica 27 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Ez 18,25-28 Sal 24 Fil 2,1-11 Mt 21,28-32
di Figlie della Chiesa
La liturgia di questa XXVI Domenica del Tempo Ordinario mi connette con esperienze che faccio ogni giorno soprattutto in ambito scolastico: la testardaggine e la compiacenza! Inizio il mio dodicesimo anno di insegnamento e da tre anni sono a contatto costante con adolescenti di un liceo scientifico e mi ritrovo a confrontarmi con entrambe le reazioni dei due figli della parabola evangelica.
In gioco, anche questa domenica, c’è la relazione con un Tu che ci raggiunge e ci interpella e al quale siamo chiamati a rispondere perché c’è un legame: la paternità. Come sappiamo bene, però, il concetto di paternità è molto difficile ai nostri giorni e questa difficoltà si ripercuote anche nella nostra relazione con Dio, che Gesù ci invita a chiamare Padre.
Nella quotidianità ho sperimentato che è più facile che chi è sincero, chi risponde d’impatto sia poi più disponibile a rivedere la sua posizione, mentre chi apparentemente aderisce, rischia poi di rimanere intrappolato nel giudizio degli altri o nelle proprie fragilità e ne rimane incastrato. In ogni caso, dobbiamo essere consapevoli che entrambe le risposte ci appartengono: sono dentro di noi e si attivano nella relazione con noi stessi, con gli altri, ma soprattutto con Dio.
La domanda da porre allora è: che cosa le attiva? E la risposta è semplice: la percezione che abbiamo della realtà. Ciascuno di noi infatti è convinto che la propria percezione della realtà è quella giusta, è l’unica da percorrere; dunque, la nostra risposta è condizionata a seconda di come percepiamo la realtà.
La domanda che Gesù rivolge agli interlocutori riportata nel Vangelo di oggi ci conduce al cuore di questa relazione paterna e ci costringe in un certo senso a guardarci dentro e a vedere sinceramente dove siamo, dove ci vediamo collocati. Questa domanda ci indica il modo con cui comprendere la realtà che ci circonda, perché la volontà del Padre è il criterio col quale Egli vede la realtà: senza dubbio, vuole che tutti siano salvi.
La parabola di oggi ci aiuta a comprendere che se vogliamo guardare la realtà dal punto di vista di Dio dobbiamo avere il coraggio di mettere in discussione le nostre scelte e di decidere seriamente quale rotta vogliamo percorrere.
È molto interessante il paragone che Gesù fa contrapponendo ai farisei i pubblicani e le prostitute; qui la questione non è morale, non si gioca sulla quantità di peccati commessi, ma sulla possibilità di riconoscersi bisognosi dell’aiuto di Dio e di convertirsi. Se il nostro modo di guardare la realtà consiste nel dare colpa agli altri per le nostre frustrazioni e incompiutezze, nel puntare il dito sempre fuori di noi pensando che il nemico sia esterno, non riusciremo mai a riconoscere dove il Signore ci chiede di lavorare e ci rifiuteremo di farlo, magari lasciando intendere che sicuramente lo faremo.
Il comando è quello di lavorare nella vigna; e la vigna è il popolo di Dio, è la Chiesa, per cui per lavorare nella vigna di Dio che è la Chiesa, è necessario che prima lavoriamo al campo del nostro cuore, per poter riconoscere che abbiamo bisogno di cambiare mentalità, di invertire la rotta dei nostri criteri e accogliere la realtà di ciò che siamo realmente: figli.
È molto bello che il padre non chiami per nome il figlio nella parabola, ma lo interpepelli per il valore che ha per lui: è figlio! La conversione consiste proprio in questo, nel riconoscerci figli di un Padre che ci ama così come siamo e ci chiede di ascoltarlo per poter vivere appieno nella dignità filiale. È questo ascolto che ci fa riconoscere di essere figli e ci apre alla relazione con i fratelli, che altrimenti sarebbero soltanto nemici e rivali.
Grazie a questo ascolto possiamo godere del frutto della vigna che è l’amore dei fratelli, impossibile senza porre il Padre al centro.
La caratteristica che il vangelo ci presenta è l’onestà, che ci pone nella verità di fronte alle nostre fatiche: non ce le fa negare, anzi ci permette di riconoscerle e di scegliere secondo il fine per cui abbiamo deciso di spendere la nostra vita. Il figlio che basandosi sulle sue voglie risponde un no secco all’inizio, è capace di dirsi la verità, di riconoscere che quel no viene dal suo egoismo, dal suo voler aggiustare le sue cose, senza dipendere da un altro. Questa capacità di leggersi e di essere onesto con se stesso gli permette di riconoscere che la scelta che sta facendo non è buona per nessuno; e ritorna sui suoi passi. Viceversa, il figlio che vive di facciata corre il grave rischio di rimanere intrappolato nel suo egoismo e di rinunciare alla salvezza che il padre vuole donargli.
La buona notizia di questa domenica allora è che non conta quanto ci siamo allontanati da Dio, ma conta l’onestà con cui ci siamo posti di fronte alla realtà, per riconoscere che se anche nel nostro cuore vediamo resistenze, egoismi e chiusure, possiamo scegliere se lasciarci inghiottire dal vortice delle nostre inconsistenze o aprirci alla dignità di figli che ci è stata data in dono.
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