Domenica 27 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Ez 18,25-28 Sal 24 Fil 2,1-11 Mt 21,28-32
di Mons.Francesco Lambiasi🏠home
Nel regno di Dio non si vive di dichiarazioni roboanti, di aridi, vuoti paroloni. Si vive di atti e di fatti.
Con Gesù, secondo Matteo, si va producendo una situazione strana, paradossale, che già si era verificata con il Battista: i capi del popolo sono sempre pronti a sfoderare i grandi principi, ma di fatto se ne servono solo per respingere al mittente l’appello alla conversione. Invece pubblicani e prostitute, giudicati refrattari e indegni di entrare nel regno di Dio, hanno accolto l’invito del Battista, così come ora stanno facendo con Gesù, e si arrendono, gioiosamente disarmati, alla sua offerta strabiliante: si viene perdonati gratis.
In un dibattito che si è verificato a Gerusalemme negli ultimi giorni della sua esistenza terrena, Gesù ha fotografato la situazione in corso con la parabola dei due fratelli. Il più grande che dice di andare a lavorare nella vigna ma poi non ci va, rappresenta l’Israele del tempo di Gesù. Il fratello più giovane rappresenta i peccatori contemporanei di Gesù: a prima vista non si erano presi alcun impegno di entrare nella vigna del regno di Dio e invece ci sono entrati.
Nel commento alla parabola Gesù passa dal loro al voi: le sue parole riguardano direttamente i primi interlocutori che lo ascoltano, ma coinvolgono anche i lettori di Matteo fino ad arrivare a noi qui, oggi. Cosa vuole dirci Gesù con il racconto della parabola dei due fratelli e con la lezione che ne tira: “Voi, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti”?
Oggi, noi cristiani di antica tradizione, rischiamo una fede anemica, fiacca, scolorita: finiamo per pensarla come pensan tutti, di fare come fan tutti. Diamo per scontato il Vangelo, ma un Vangelo che perde la sua nota di “lieta notizia” si può chiamare ancora “vangelo”? Le nostre terre hanno nuovamente bisogno di un “primo annuncio” della fede. Occorre ripresentare Gesù come una “lieta notizia” di salvezza, appunto come un “vangelo”: una notizia fresca, appassionante, capace di dare senso, colore e sapore alla vita: al lavoro e alla festa, alla cultura e all’educazione, agli affetti e alle relazioni, alle gioie e ai mali, alla convivenza sociale, civile, politica.
Qual è la tentazione di noi cosiddetta “gente di chiesa”? E’ quella di dare per scontato questo annuncio del vangelo, e quindi di reagire con l’annoiata sazietà delle cose troppe volte dette e ridette, promesse e rimangiate. Invece dovremmo rispondere con una seconda conversione: se la prima fa passare dalla non fede alla fede, la seconda conversione fa transitare da una fede stanca e spenta a una fede riaccesa, intensa, attraente. Il rischio per noi non è quello di andarcene di chiesa sbattendo la porta, ma di rimanere seduti a sbadigliare. Succede sempre così, quando Gesù si riduce a personaggio, pur grande, del passato, o magari ad argomento da dibattito, e perde i connotati di una persona vera, viva, incontrabile, che può cambiare la vita. Gesù invece si è definito “la Vita”. Dichiarandosi tale, intende porsi al centro della ricerca dell’uomo, di ogni uomo, non come qualcosa, che magari fa parte della vita, ma proprio come la vita stessa. Con Cristo o senza Cristo cambia tutto. Con lui o senza di lui la vita non è più la stessa. Gesù è davvero la buona, grande, lieta notizia.
Oggi non si può essere cristiani per abitudine o per convenzione. Lo possiamo essere solo per convinzione e per scelta. Lo possiamo ridiventare solo per un nuovo innamoramento. Dobbiamo riandare all’amore di un tempo, come si legge nella lettera dell’Apocalisse alla Chiesa di Efeso: “Ho da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima” (2,4). Tra il dire – di andare a lavorare nella vigna – e il fare – andarci effettivamente – non c’è di mezzo il mare.
Quando l’amore è vivo, ardente e attivo, tra il dire e il fare c’è il verbo amare.




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