Domenica 27 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Ez 18,25-28 Sal 24 Fil 2,1-11 Mt 21,28-32
di Don Paolo Zamengo
Gesù racconta una parabola incentrata sul rifiuto dell’offerta di salvezza. La parabola riguarda due figli a cui il padre chiede di andare a lavorare nella vigna. Uno risponde di no, ma poi, pentitosi, ci va; l’altro risponde di sì, ma poi non ci va. Entrambi sono in contraddizione con se stessi. Ma è interessante il comportamento di chi risponde di sì. E chiama suo padre “signore” (kyrie). Ma si rivolge a un padre o a un padrone? Questo figlio sta rispondendo nella libertà o nella logica del dovere? Forse che il padre si sentirà gratificato dall’essere chiamato padrone, signore? A parole, questo figlio si mostra “come si deve comportare un figlio”, ma il suo agire è lontano dalla verità. C’è infatti un uso della parola che viene contraddetto da comportamenti contrari oppure la parola diventa una cortina fumogena che stravolge la realtà e inganna se stessi e gli altri. Qual è la differenza con il fratello che dice di no ma poi obbedisce? Questo secondo figlio dice ciò che sente dentro, forse non ha riflettuto abbastanza, ma parla con sincerità, dicendo ciò che prova e che lo mette in contrasto con il padre. Lui si espone a un conflitto con il padre e questo lo conduce a prendere coscienza delle sue contraddizioni interiori e a mutare decisione. Cosa che non avviene in chi risponde “sì” per compiacere l’altro. Non si espone ed evita di guardare alla tentazione della disobbedienza che abita pure in lui. Per l’evangelista Matteo è evidente che coloro che vivono nel “sì” sono i religiosi del suo tempo (sacerdoti e anziani del popolo) che possono non sentirsi bisognosi di conversione perché già “a posto”, a differenza di coloro che invece vivono nel “no”, come pubblicani e prostitute, e che possono fare spazio al Vangelo ed entrare nel Regno. Il pentimento afferma che il credere implica a volte il ricredersi. L’obbedienza alla parola e alla volontà di Dio passa anche attraverso uno smentire la propria parola e la propria volontà. La fede infatti non ci chiede di non sbagliare e di non peccare, ma di riconoscere l’errore e di pentirsi e confessare la colpa. In quel “ricredersi” c’è la presa di coscienza della realtà, c’è l’audacia di guardare in faccia se stessi, secondo verità, atteggiamento essenziale per chi si sente responsabile di sé. È l’inizio della decisione di passare dall’irresponsabilità alla responsabilità. Guardarsi dentro non è un segno di debolezza ma di coraggio e di forza. Il primo figlio che rispose impulsivamente di no, dopo “si pentì”; invece a sacerdoti e anziani Gesù dice: “non vi siete nemmeno pentiti”. Per quanto sia raro e impopolare, il gesto di chi riconosce di aver sbagliato, di chi ammette di aver assunto posizioni che si sono rivelate poco conformi al Vangelo e muta la condotta cercando di essere più fedele al Vangelo, è segno di grandezza umana e spirituale. Il pentimento è il complemento di libertà: libertà nei confronti di se stessi e della tirannia del narcisismo. Il pentimento dice che anche il malvagio può cambiare: il peccato non è l’ultima parola. Nel pentimento ogni uomo ritrova la retta via e “torna” a se stesso e a Dio. Il malvagio che cambia condotta “fa vivere se stesso”. Il pentimento è la via maestra per accedere alla volontà di Dio.




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