Domenica 27 Settembre (DOMENICA – Verde)
XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Ez 18,25-28 Sal 24 Fil 2,1-11 Mt 21,28-32
di Giorgio Scatto -Valerio Febei e Rita -Monastero Marango🏠home
“Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: «Figlio, oggi va a lavorare nella vigna» Ed egli rispose: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: «Sì, signore». Ma non ci andò”. Manoscritti importanti citano in primo luogo il figlio che dice di sì all’ordine del padre, ma poi non fa quello che ha detto; poi quello che, dopo essersi rifiutato di obbedire, fa quanto gli è stato chiesto di fare. La traduzione più recente del Nuovo Testamento, recepita nella liturgia, seguendo molte traduzioni moderne, va al testo rappresentato dalla maggior parte dei manoscritti, e fa intervenire prima il figlio che, dopo essersi rifiutato di obbedire, va nella vigna, poi quello che dice di sì ma non ci va.
Primo o secondo, la questione non ha alcuna importanza dal punto di vista dell’interpretazione: quello che è importante è compiere effettivamente la volontà del Padre, al di là delle apparenze. L’obbedienza non è fatta di belle parole, ma dal compimento di quanto è voluto da Dio. L’abbiamo già letto in Matteo: «Non chiunque mi dice: ”Signore, Signore”, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli» (Mt 7,21). La parabola ricorda l’insegnamento tradizionale che oppone il «fare» al «dire». Gli ascoltatori rimangono tuttavia sorpresi quando ascoltano che l’applicazione è del tutto fuori dell’ordinario.
Agli interlocutori che gli hanno dato una risposta conforme alla teologia più sicura, Gesù dichiara: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». Gesù dice questo ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo, che si trovano in posizione antitetica rispetto ai «pubblicani e alle prostitute», due categorie che rappresentano i “peccatori di professione”, quelli che il senso comune non può definire diversamente. Sono “quelli là”, di cui abbiamo parlato la settimana scorsa, gli operai dell’ultima ora che ricevono da un padrone generoso un denaro come i primi.
Di fronte a questi pubblici peccatori gli interlocutori di Gesù fanno la figura di «giusti», avvolti nei loro ampi mantelli che si sono cuciti addosso con il filo della Legge e delle osservanze più minuziose. Spesso, come avviene, sotto il manto dorato della Legge nascondono putridume e nefandezze di ogni sorta. Sono gli stessi che sono pronti a vedere eresie e peccati dappertutto, e non riescono a vedere la trave piantata nei loro occhi accecati. Questi «giusti» non soltanto sono convinti di essere i soli a dire di «sì» a Dio, ma anche di essere gli unici a osservare con sollecitudine tutti i comandamenti di Dio e la morale che ne consegue. É chiaro, a questo punto, che ai loro occhi i peccatori di cui parla Gesù non solo rifiutano palesemente i comandamenti di Dio, ma non sembrano nemmeno disposti a mutare condotta. Il loro giudizio, così netto, è determinato dal fatto di identificare direttamente la volontà di Dio con le prescrizioni della Legge giudaica, meglio ancora, con le loro tradizioni e le loro consuetudini religiose. Gesù non la pensa così.
Per Gesù la volontà di Dio coincide con il messaggio evangelico, con il suo appello alla conversione che apre l’accesso al regno di Dio. La volontà di Dio non si confonde con la Legge. Gesù constata che i «giusti» rifiutano questo appello, mentre i «peccatori» lo accolgono. L’ingresso nel Regno dipende dall’atteggiamento di ciascuno verso la novità del messaggio evangelico: non è possibile eludere le sue esigenze con il pretesto di essere fedeli alle prescrizioni della Legge. Le pratiche religiose perdono tutto il loro valore se infondono nell’uomo una tale fiducia in se stesso da indurlo a trascurare l’invito che Dio rivolge a ciascuno attraverso la parola e il ministero di Gesù. Paolo scrive, nella lettera agli Efesini che “Cristo ha abolito la Legge”, fonte di inimicizia e di divisione. E con che cosa l’ha sostituita? Non con una legge migliore, più adatta ai tempi, ma con la sua stessa persona. Lui, il crocifisso risorto, è la nostra Legge.
È sotto gli occhi di tutti che ci sono uomini di Chiesa che avversano il processo di conversione e di cambiamento in atto, a partire dal Concilio Vaticano II. Sono quelli che vogliono mantenere legami forti con i poteri finanziari, non sempre trasparenti, con formazioni politiche avverse all’accoglienza degli stranieri e contrarie all’affermazione della uguale dignità di tutti gli uomini; sono quelli che coprono i loro molti misfatti e l’immoralità delle loro azioni con una parvenza di perbenismo, con l’osservanza ostentata delle regole, con una morale sessuale molto rigorosa e priva di misericordia per gli altri e molto accomodante, se non ipocrita, per loro. La Chiesa è santa, per il sangue di Cristo che l’ha purificata, ma è malata gravemente in molti dei suoi membri che fingono di non accorgersene.
«I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio». Il verbo potrebbe essere inteso in senso puramente temporale: «passano prima» di voi. Non è questo il senso sottolineato dalla parabola. Dobbiamo preferire l’accezione esclusiva: entrano nel regno non solo prima di voi, ma «al vostro posto». Essi vi entrano, voi no.
Farisei, capi dei sacerdoti, professionisti del diritto, si scandalizzano nel vedere quali sono le persone che accettano la predicazione di colui che con disprezzo chiamano «l’amico dei pubblicani e delle prostitute». Gesù risponde: questi peccatori hanno saputo riconoscere la volontà di Dio e gli hanno obbedito, iniziando un cammino di conversione. Voi, che ostentate di fare professione di fede, in realtà non compite ciò che vi è richiesto da Dio, perché vi sentite già a posto.
L’obbedienza a Dio non si misura con la sola osservanza dei comandamenti, ma con l’accoglienza di Gesù e del suo Vangelo.
giorgio.scatto@gmail.com
Valerio Febei e Rita XXVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Se la gente leggesse il Vangelo sarebbe migliore. Ci vorrebbe poco per rendersi conto che quella parola c’entra con la propria vita. Forse per noi che la leggiamo con continuità c’è qualcosa da fare per darne diffusione. E poi, tanto per tenerci in esercizio tocca anche distinguerci da quei tali, dottori sacerdoti e capi, che erano refrattari ai richiami di Gesù perché supponevano d’essere a posto per una questione di appartenenza, e che appartenenza essendo capi e sacerdoti, al popolo santo di Dio.
Siamo salvi per il battesimo, è vero, ma scommetto che capiamo poco fin quanto, fin dove ci raggiunge l’amore di Gesù. Occorre capire prima di tutto ‘il basso loco e frale’, diceva il poeta, contattare la triste condizione del proprio limite o del peccato per capire, con la grazia di Dio, che lì non siamo soli, che c’è qualcuno che vede la miseria nostra ed accettarne l’abbraccio.
È la condizione delle prostitute che provano il disgusto di sé stesse e solo per questo pongono in essere la purezza, il sospetto, se non la speranza, che un’altra vita ci deve essere. A volte accompagnavo un prete che di notte, dopo mezzanotte, andava per le periferie a incontrare le cosiddette prostitute. Per lo più africane, nigeriane. Con caldo e col freddo, con i vestiti e non vestiti. Lui guardava solo il viso. Traduco, diceva in inglese: “IO sono padre … Non sono qui per quello… (si notava un certo imbarazzo nell’alludere alla cosa). Credete in Gesù? Piace a Gesù il vostro lavoro? Allora perché lo fate?” E giù lacrime. “noi siamo schiave”. Conobbe e rivelò anche a chi non voleva saperlo che la prostituzione è una schiavitù, non ha catene ma ceppi alle caviglie. Quella lauda consumazione in realtà uno stupro. “Uccidono (quelli del racket) le nostre famiglie se ci rifiutiamo…”. Allora la proposta di venir via. Tremore e speranza e cominciarono a venire nelle nostre case. Nel loro pianto quel prete leggeva le parole di Gesù: le prostitute vi precederanno.
E per i peccatori, cioè stringendo tutti chi più chi meno, non è altra cosa. Dice il salmo: “Dal profondo a te grido, Signore, ascolta la mia voce… Se tieni conto delle colpe, chi potrà sussistere?”. Il peccato si attacca come un’edera all’albero, come angoscia perenne. “Chi ci libererà da questo corpo di morte?” Si chiede san Paolo a proposito della condizione umana. Ai Filippesi dice che nel profondo di questa condizione è sceso Gesù liberamente, proprio là dove ognuno è di fronte al fallimento e alla resa: a noi la sconfitta e la morte, a Lui che condivide la nostra sorte, la vittoria e la vita.
Questa edizione non ha il premio della supervisione, della rilettura e dell’imprimatur di Rita per causa di forza maggiore. E si vede.




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