Domenica 4 Ottobre (DOMENICA – Verde)
XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 5,1-7 Sal 79 Fil 4,6-9 Mt 21,33-43
di don Michele Cerutti 🏠home
La pagina del Vangelo che abbiamo ascoltato ci pone davanti a uno degli ammonimenti più forti e accorati di Gesù: la parabola dei vignaioli omicidi.
Abbiamo la straordinaria premura di Dio. Il padrone della parabola non si limita a piantare una vigna: la circonda di una siepe, vi scava un frantoio, vi costruisce una torre. Non manca nulla. Dio ha fatto tutto ciò che era in suo potere per proteggere e far prosperare il suo popolo, e dà a ciascun elemento un significato profondo:
La siepe è la Legge di Mosè, posta come una difesa per proteggere il popolo dalle idolatrie esterne. La torre è il Tempio, luogo della presenza di Dio e punto di vedetta contro i nemici spirituali. Il frantoio – il luogo in cui l’uva viene spremuta – rappresenta l’altare, il luogo dell’offerta e del sacrificio lo spazio spirituale in cui le nostre fatiche, le nostre sofferenze e le nostre opere buone vengono spremute per trasformarsi nel vino della devozione, un’offerta gradita a Dio.
Dio non è un padrone distaccato, ma un Padre che investe tutto il suo amore per noi e si attrezza per raccogliere i nostri frutti migliori.
Quando il proprietario manda i suoi servi a raccogliere i frutti, i vignaioli li percuotono, li uccidono, li lapidano. E infine, quando manda il proprio Figlio, l’Erede, dicono: “Costui è l’erede. Venite, uccidiamolo e avremo noi la sua eredità”.
I capi dei sacerdoti e i farisei sapevano, in cuor loro, chi fosse Gesù. Sapevano che era l’Erede. Eppure, accecati dall’invidia e dal desiderio di mantenere il proprio potere e i propri privilegi, decidono di eliminarlo. Volevano l’eredità senza il Padre. Volevano la vigna senza il Creatore.
Questa parabola è uno specchio per ciascuno di noi oggi. La vigna è la nostra vita, è la Chiesa, sono le nostre famiglie, sono i talenti che abbiamo ricevuto. Quante volte ci comportiamo come se fossimo i padroni assoluti della nostra esistenza? Quante volte dimentichiamo che tutto ciò che abbiamo ci è stato affidato in custodia?
La storia della Chiesa ci regala un esempio luminoso e radicale di cosa significhi essere veri custodi nella vita di un grande pastore, San Carlo Borromeo. San Carlo era l’erede di una delle famiglie più ricche e potenti d’Europa. Possedeva terre, palazzi, ricchezze immense: umanamente parlando, era il “padrone” di una vigna sterminata. Eppure, capì che quelle ricchezze non erano sue, ma gli erano state affidate da Dio come custode. Durante la terribile carestia e la peste, vendette tutti i suoi beni preziosi, i mobili del palazzo e persino gli abiti costosi per comprare cibo e medicine per i malati. Quando gli amministratori gli fecero notare che così facendo non sarebbe rimasto più nulla alla famiglia, San Carlo rispose con fermezza: «I beni della Chiesa sono i beni dei poveri. Io non sono il padrone di questa vigna, sono solo il contabile del Signore, e a Lui dovrò rendere conto di ogni singolo chicco d’uva».
Se noi non entriamo in questa logica della custodia e dell’umiltà, andiamo incontro a un destino drammatico, descritto in un versetto che la liturgia domenicale non ci fa mai leggere: il versetto 44. Quando questa pagina viene proclamata a messa, il testo liturgico salta intenzionalmente questa riga. Eppure, è proprio qui che Gesù rivela la serietà della pietra scartata.
Il versetto censurato dice: «Chi cadrà sopra questa pietra si sfracellerà; e colui sul quale essa cadrà, verrà stritolato».
Perché la liturgia lo omette? Forse perché queste parole ci sembrano troppo dure, quasi intollerabili per le nostre orecchie moderne. Ma San Giovanni Crisostomo ci offre una chiave di lettura meravigliosa che ci fa capire perché questo versetto sia in realtà fondamentale. Il Santo Vescovo spiega che in queste parole Gesù descrive due modi diversi di rapportarsi alla Verità,
Chi cade sulla pietra e si sfracella, dice il Crisostomo, è colui che inciampa nel peccato prima della morte, ma che attraverso questa caduta dolorosa sperimenta la rottura del proprio orgoglio. È la caduta che frantuma la durezza del nostro cuore e permette il pentimento. È una distruzione terapeutica: ci rompiamo per essere ricostruiti da Dio.
Ma colui sul quale la pietra cadrà nel giorno del giudizio finale verrà stritolato e ridotto in polvere. Questo rappresenta l’ostinazione finale di chi rifiuta la grazia fino all’ultimo, di chi non ha voluto lasciarsi correggere. Per costoro non ci sarà più spazio per la ricostruzione: lo stritolamento rappresenta la totale e definitiva rovina spirituale di chi ha voluto escludere Dio fino alla fine.
Subito dopo questa frase terribile e taciuta, il Vangelo prosegue dicendo che i farisei capirono che parlava di loro e cercarono di catturarlo. Avevano capito la gravità dell’avvertimento, ma preferirono rischiare lo stritolamento pur di non cedere la vigna.
Il rischio per noi oggi è identico: ignorare i richiami del Signore per non far frantumare il nostro orgoglio.
Oggi chiediamo al Signore la grazia di un cuore docile. Se dobbiamo cadere, cadiamo sulla Pietra che è Cristo; lasciamo che Egli frantumi le nostre durezze, il nostro egoismo e le nostre false sicurezze adesso, affinché possiamo essere guariti. Accogliamo Gesù, l’Erede, e portiamo al suo frantoio e al suo altare i frutti migliori della nostra conversione




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