Don Massimo Grilli Commento alla Parola di Dio nella XXVII Domenica del Tempo Ordinario /A

Domenica 4 Ottobre (DOMENICA – Verde)
XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 5,1-7   Sal 79   Fil 4,6-9   Mt 21,33-43

di Don Massimo Grilli Professore emerito della Pontificia Università Gregoriana e Responsabile del Servizio per l’Apostolato Biblico Diocesano 🏠home

Il «canto della vigna» contenuto nella prima lettura del profeta Isaia e la «parabola dei vignaioli omicidi», tratta dal vangelo di Matteo, costituiscono una sequenza drammatica non solo per i contenuti, ma anche per i referenti, che sono gli eletti appartenenti al popolo di Dio. Un messaggio intenso e pregno di tensione, che potrebbe essere riassunto nel motivo della «delusione di Dio». Più volte la Bibbia sottolinea questo particolare aspetto, legato al tema dell’alleanza e ai vincoli che essa comporta. Un legame d’amore attende fedeltà e, invece, arriva menzogna; aspetta rettitudine e, invece, arrivano ingiustizia e spargimento di sangue. Si tratta della frustrazione delle attese di Dio, ma anche della sempre nuova speranza che, grazie a Lui, rinasce dalle ceneri di un progetto fallito.

Prima lettura: Is 5,1-7

La metafora della vigna, applicata al popolo d’Israele, è tra le più suggestive nell’Antico Testamento, ed è, a suo modo, adeguata per un contesto in cui si considerava come un ideale di benessere il poter riposare sotto la propria vite (1Re 5,5). Il tralcio col grande grappolo d’uva trasportato dagli esploratori inviati a Canaan – «che portarono in due con una stanga», Nm 13,23 – è un’immagine eloquente dell’abbondanza della terra promessa e della ricchezza della promessa divina, fedele al suo patto. Nel Sal 80 si parla di Israele come di una vite divelta dall’Egitto, trapiantata da vignaioli celesti e poi cresciuta; nel Cantico dei cantici la sposa invita il suo amato a recarsi nelle vigne per vedere se «mette gemme la vite, se sbocciano i fiori… là ti darò le mie carezze» (7,13). La vigna, insomma, costituisce il contrassegno dell’amore di Dio per il suo popolo e il canto della prima lettura odierna inizia, infatti, con le attenzioni profuse da Dio verso la sua vigna, Israele.

Il profeta Isaia, però, non si accontenta di evocare un simbolo già eloquente di per sé, ma enumera anche le cure premurose del padrone: la preparazione del terreno, i vitigni scelti con cura (il termine ebraico indica una qualità pregiata!), una torre di controllo e difesa… Di solito nella vigna si aveva una capanna che serviva sia da punto di osservazione per il guardiano, sia da ripostiglio per gli arnesi necessari. Dio non si accontenta della capanna, ma vi costruisce un torrione, come avveniva nelle vigne dei nobili. Insomma, tutto era stato fatto per avere un raccolto abbondante, perché ogni agricoltore sa che il raccolto costituisce il momento più atteso (il verbo aspettare ricorre tre volte in pochi versetti). Ma ecco l’amara sorpresa: l’attesa viene frustrata e invece di bei grappoli arriva uva selvatica; invece di un abbondante raccolto, il nulla.

È a questo punto che il “canto d’amore” si tramuta in accusa: «Che cosa dovevo fare ancora che non ho fatto? Perché mentre attendevo uva, essa ha fatto uva selvatica?». L’insistenza è su ciò che Dio «ha fatto». Il verbo fare ricorre nel nostro passo per ben 7 volte e questo mette in luce un agire costruito su un amore fattivo e non solo nella sua pura intenzionalità.

Di fronte a questo amore il popolo risponde con l’ingratitudine e il canto d’amore diventa allora giudizio. Ho parlato di «giudizio», ma per comprendere la ricchezza del testo bisognerebbe abbandonare le categorie comuni che noi moderni attribuiamo a un tale concetto. Nel testo di Isaia, infatti, abbiamo il caso tipico di un processo conosciuto come rîb, che non va inteso come un giudizio di condanna, ma piuttosto come una requisitoria di un partner deluso, che vuole portare l’altro a riconoscere il proprio fallimento e a ristabilire, così, il legame spezzato. Nel rîb ci sono due parti in causa (la parte lesa e quella colpevole) che si affrontano in un contraddittorio bilaterale per risolvere la questione. Si suppone, naturalmente, che le due parti abbiano un qualche vincolo e che uno dei due l’abbia violato; si tratta così di stabilire, in un faccia a faccia drammatico e decisivo, chi sia il colpevole e chi l’innocente. Nel rîb tra Dio e il popolo il vincolo spezzato si chiama alleanza, un patto che prevede mutui riconoscimenti e comportamenti.

L’andamento della storia raccontata nella parabola ha una funzione precisa: portare il popolo a riconoscersi davanti a Dio colpevole e ristabilire così il rapporto originario. Dio è rimasto fedele mentre il popolo ha tradito. Dio, allora, come parte lesa accusa il suo popolo allo scopo di ottenerne il pentimento e la conversione. L’accusa, dunque, è in vista della riconciliazione e ha come scopo che l’altro riconosca la sua colpa e, confessando il suo tradimento, possa essere perdonato.

Paradossalmente, nel rîb Dio accusa perché ama; accusa perché vuole che l’uomo faccia verità. Riconoscere la colpa è dunque necessario per ristabilire un rapporto nella giustizia, secondo verità. La colpa non riconosciuta, anche se apparentemente sopisce la contesa, di fatto lascia che essa covi sotto la cenere, per esplodere poi di nuovo in tutta la sua violenza. Ecco, dunque, la funzione del puntare il dito da parte di Dio: riportare l’uomo alla relazione che lo fa vivere.

Il Vangelo: Mt 21,33-43

In questo ampio contesto giudiziale si inserisce la seconda parabola dei vignaioli omicidi raccontata nel Vangelo odierno: un grande affresco della storia della salvezza, dove la delusione di Dio diventa tragedia. L’invio ripetuto dei servi da parte del padrone della vigna è una chiara evocazione dei profeti, inviati da Dio, a più riprese, per far tornare il popolo sulla via della giustizia. La loro uccisione è un leit-motiv della letteratura biblica, tanto è vero che Neemia – ripercorrendo la storia dei padri in una bella preghiera che si trova nel capitolo nono del suo libro – parlando degli antenati afferma: «…furono ritrosi e ribelli a te; si gettarono la tua legge dietro le spalle e uccisero i tuoi profeti che li ammonivano per ricondurli a te…» (Ne 9,26).

Matteo riprende questo filo conduttore del rifiuto dei profeti che raggiunge il suo apice nell’uccisione del figlio, ultimo inviato. Il peccato dei vignaioli, allora come oggi, è quello di non riconoscere gli inviati di Dio, chiusi come siamo dentro le mura decrepite di vecchie istituzioni senz’anima, che marciscono garantendo false sicurezze, invece di discernere i segni dei tempi. Al tempo dei profeti, come al tempo di Gesù e come anche oggi, si avvertono come nemici coloro che svegliano le coscienze e gli apparati civili e religiosi condannano all’ostracismo coloro che denunciano la menzogna su cui sono costruiti i poteri. È una costante della storia umana e della storia salvifica.

Eppure, la speranza è più forte dei fatti. Gesù annuncia un popolo che sostituirà quello malvagio, un popolo che prenderà il posto delle istituzioni decrepite guidate dai sommi sacerdoti e dagli scribi. In passato si leggeva questa parabola pensando alla chiesa che sostituisce Israele nel piano salvifico. È un teorema falso perché non tiene conto che i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili (Rom 11,29), senza pentimento e perché la chiesa vive anch’essa sotto il segno del peccato e della gratuità dell’amore divino. Il contesto di Matteo rende evidente che il popolo scelto da Dio non è un popolo identificabile sociologicamente, ma il popolo dei piccoli e dei poveri, degli operatori di giustizia e dei costruttori di pace, dei miti e dei misericordiosi… (cf. Mt 5,1-13), a qualunque razza e nazione appartengano. Perché gli uomini hanno bisogno di schedari e caselle, mentre Dio legge i cuori.


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