Domenica 11 Ottobre (DOMENICA – Verde)
XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 25,6-10 Sal 22 Fil 4,12-14.19-20 Mt 22,1-14
di Lila Azam Zanganeh🏠home
In Matteo, 22, 1-14 ci viene detto che «Gesù riprese a parlare loro con parabole». La parola deriva dal greco antico “confrontare”. Un’immagine, spesso misteriosa, prende vita, e man mano che si svela il mistero dell’immagine, della storia, ci si avvicina a una verità divina. Le parabole sono un velo che nasconde, ma mai del tutto, il mistero. Cristo amava le parabole, che essenzialmente sono analogie.
Ci viene detto: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa di nozze per suo figlio. Egli mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire». Quindi il re è Dio Padre. Egli celebra con una festa l’unione del Figlio con gli uomini. San Gregorio Magno spiega: «Dio Padre ha realizzato le nozze di suo Figlio, quando lo unì alla natura umana nel seno della Vergine, quando ha voluto che colui che nell’eternità era Dio si facesse uomo nel tempo».
Il re mandò i suoi numerosi servi dicendo: «Dite agli invitati: “Ecco, ho preparato il mio pranzo; i miei buoi e gli animali ingrassati sono già uccisi e tutto è pronto; venite alle nozze!”». In effetti comandò loro di venire. Però loro non ascoltarono: «Ma quelli non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari». Continuarono a vivere la loro vita quotidiana, incuranti della chiamata di Dio.
Il re insistette come un padre, amorevolmente, mandando altri servitori, quelli che avevano già adottato Cristo nel proprio cuore. Il re offrì espressioni di amore più grandi. Ma gli invitati rifiutarono nuovamente. Erano concentrati solo su se stessi, amavano solo se stessi. Alcuni arrivarono perfino a maltrattare i servitori del re, comportandosi con loro in maniera vergognosa, e a ucciderli. Assomigliavano alle vittime delle persecuzioni descritte nelle Lettere di Paolo.
«Allora il re si indignò: mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città». Poi disse: «La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze». E i servi andarono per le strade e radunarono tutti, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.
Ma poi «il re entrò per vedere i commensali e lì scorse un uomo che non indossava l’abito nuziale. Gli disse: “Amico, come mai sei entrato qui senza l’abito nuziale?”». Il re lo chiamò comunque amico, nel senso di “fratello cristiano” ma era turbato dal suo abito macchiato. L’ospite senza abito rimase ammutolito, come se i suoi peccati gli avessero sigillato le labbra. Allora il re ordinò ai servi: «Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti. Perché molti sono chiamati, ma pochi eletti». L’abito rappresenta la grazia, il vestito nuovo di zecca dell’uomo nuovo in Dio. E le tenebre sono il giudizio eterno o, meglio, sono come il giorno del giudizio.
Ognuno di noi, ci dice Matteo, è invitato al banchetto per ricevere il Re eterno. Ognuno di noi è chiamato alla grazia, alla conoscenza e alla verità. Ma l’uomo vive nel tempo, e quindi Dio ci presta diverse prospettive — verso l’alto, verso il basso — che sembrano tutte indicare all’eternità, per grazia di un Dio che perdona.
Come dice Kafka nel suo straordinario Aforisma 64 del dicembre 1917: «La cacciata dal Paradiso è nel suo aspetto principale eterna: perciò sebbene la cacciata sia definitiva e la vita terrena inevitabile, l’eternità stessa del processo rende nondimeno possibile che noi non solo potremmo restare permanentemente in Paradiso, ma anche che in effetti ci troviamo lì per sempre, che ne siamo consapevoli qui o meno».




Rispondi