Domenica 11 Ottobre (DOMENICA – Verde)
XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 25,6-10 Sal 22 Fil 4,12-14.19-20 Mt 22,1-14
di Don Paolo Zamengo
Dopo le parabole dei due figli, uno che dice no e fa sì, l’altro che
dice sì e fa no, e dopo la parabola dei vignaioli che uccidono
l’erede, oggi Gesù ci racconta la parabola della grande festa. Ma
gli invitati non se ne danno pensiero e allora l’invito del re arriva
per tutti.
Ma dove sta la sorpresa? La sorpresa è l’insistenza del re che
manda i suoi servi a chiamare gli invitati, e poi e poi, di fronte al
rifiuto… manda i servi a raccogliere tutti dai crocicchi e dalle
strade.
La sala della festa di nozze deve essere piena. Come se questo re avesse un’idea fissa, una esagerazione quasi, un sogno che non può essere disatteso! Che la sala delle nozze del figlio sia piena anzi colma. E si “radunarono cattivi e buoni”. Ebbene, è bello, è carico di suggestione pensare che l’idea fissa di Dio, il sogno che non può essere disatteso, che la sala non sia solo colma ma stracolma, perché la salvezza è per tutti i suoi figli e la salvezza, il Regno, sono sotto l’immagine gioiosa ed entusiasta del banchetto. Prendete e mangiatene tutti. E già questo mi sorprende e un poco mi consola, perché faccio fatica a mettermi tra i buoni. Invitato dunque sono anch’io che non sono tanto buono. Ma si verifica un’esclusione. Sembra un paradosso, l’esclusione è causata dal vestito. Perché uno si rifiuta alla festa corale, perché sta per conto suo. Non vuole cambiare l’abito, non vuole convertirsi alla logica delle nozze che è la coralità. Lui no, sta con il vestito di sempre, vuole distanziarsi dagli altri, lui è lui e basta. Ma il pranzo della festa è perdersi negli occhi, è Il banchetto per celebrare l’amore. E come può celebrare l’amore uno che vuole starsene da solo? Il Regno di Dio non è solo vigna, lavoro, non è solo sudore, impegno e fatica, il Regno di Dio è festa, è convivialità, è gioia, è musica, è allegria, è libertà. È stupendo un Dio che non si scoraggia quando scopre che gli invitati non si sono presentati, allora Dio dilata il sogno, allarga il cuore. Dio apre, cerca e trova nuove strade, nuove occasioni. Così fa Dio. Ma c’è un particolare -e non è irrilevante, non è di poco conto, è il particolare del vestito nuziale, il vestito della festa. Ed è vero che la parabola non sottolinea solo il sogno di Dio, ma anche la parte dell’uomo. Rispondere tocca a noi. Tocca a noi indossare la veste e quale veste indossare. Che cos’è la veste della festa? Vorrei rispondere con due brevissime suggestioni. La prima la ricevo dal libro dell’Apocalisse che dice: “la veste di lino sono le opere giuste dei santi”. Vestiamoci di opere giuste, allora. La seconda suggestione è quella che mi ha affascinato ogni volta che ho celebrato un battesimo, nei miei 28 anni di parroco, quando alla consegna della veste bianca, la liturgia mi faceva dire: Caro bambino e lo chiamavo per nome, ti sei rivestito di Cristo… questa veste bianca sia segno della tua nuova dignità. Aiutato dai genitori, e li chiamavo per nome, portala senza macchia per la vita eterna. E, a questo punto, facevo fare un piccolo appaluso. Ma c’è anche un’ultra riflessione, da fare. L’abito delle nozze dice partecipazione, e invece qui nella sala c’è qualcuno che vuole distinguersi ma non vuole condividere. È al banchetto, ma ha in mente solo se stesso, ha in mente solo le sue cose, i suoi affari o le sue faccende. Ha la stessa mentalità di coloro che hanno declinato l’invito, che non si sono presentati: anche loro hanno in mente se stessi; chi va al proprio campo, chi ai propri affari.
Non c’è attenzione, non c’è sensibilità, non c’è rispetto, non c’è passione per la gioia comunitaria. Ognuno cura solo il proprio campo, i propri affari, la propria solitudine. E ricordo a me stesso che Gesù ha voluto sotto il segno del banchetto anche l’Eucaristia. Ma c’è il pericolo che le nostre celebrazioni siano povere di convivialità, povere di festa, povere di gioia, celebrazioni segnate da un eccesso di rigidità. Dov’è la dolcezza del guardarsi negli occhi? Dove sono finiti il sorridere e l’attenzione discreta all’altro? Mi viene in mente il piccolo gesto che una signora anziana di Andria a cui portavo la comunione ogni primo venerdì del mese e sul tavolo c’era sempre un piccolo vaso di fiori e mi accoglieva con un sorriso e per ricevere l’ostia si profumava le mani. E uscivo da quella casa felice. Il profumo delle sue mani per Gesù. Il Signore ci conceda di illuminare, con qualche tenerezza in più, le nostre liturgie eucaristiche.




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