padre Ermes Ronchi”PADRE DELLA GIOIA”

Domenica 11 Ottobre (DOMENICA – Verde)
XXVIII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 25,6-10   Sal 22   Fil 4,12-14.19-20   Mt 22,1-14

di padre Ermes Ronchi

Noi pensiamo Dio lontano, separato, assiso sul suo trono, e invece è dentro la sala della vita, è qui con noi. 

C’è, nella città, una grande festa di nozze: si sposa il figlio del re, l’erede al trono. Eppure nessuno sembra interessato. È la storia di Gesù e del suo rapporto difficile con Gerusalemme, la città amata che uccide i profeti.

Succede che gli invitati, presi dai loro affari, dalle liturgie laiche e feroci del guadagno, non hanno tempo da perdere per le persone, per gli incontri, per la gioia e gli affetti. L’idolo della quantità ha chiesto in sacrificio la qualità della vita. Dice il Vangelo: non se ne curarono. Dio non è interessante, non è attraente.

La parabola avanza e racconta cose molto dure: Presero i servi e li uccisero. A questo segue la reazione violenta del re: si passa da una festa ad una strage dentro una città in fiamme. Dalle danze nuziali a un invitato legato mani e piedi e buttato fuori.

Allora disse ai suoi servi: andate ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze. Se cuori e case e villaggi si chiudono, il Signore apre incontri altrove, e invia di nuovo i suoi servi.

L’ordine del re è illogico: Tutti quelli che troverete chiamateli alle nozze. Tutti, senza badare a meriti, razza, moralità. È bello questo re che, quando è rifiutato, anziché abbassare le attese, le innalza: Chiamate tutti!

Lui allarga, gioca al rilancio, va più lontano; e dai molti invitati passa a tutti invitati, dalle persone importanti passa agli ultimi della fila: Fateli entrare tutti, addirittura prima i cattivi e poi i buoni. Scandalo per il fariseo che è in me.

La sala si riempie di esclusi. Aveva detto infatti: Cercate ai crocicchi delle strade, là dove ha fine la vita: cercate quelli arrivati al termine della strada, che non ce la fanno più, i lasciati soli.

E il re entrò nella sala. Noi pensiamo Dio lontano, separato, assiso sul suo trono, e invece è dentro la sala della vita, è qui con noi. Qui seduto alla mia destra, nei giorni delle danze e in quelli delle lacrime.

Aveva mandato a cercare gli straccioni, i senza tetto, i male in arnese e si meraviglia che uno non abbia l’abito nuziale? L’abito di cui parla il re non è il simbolo di una vita immacolata, infatti la sala è piena di brave persone e di cattivi soggetti mescolati insieme. Quell’abito di festa è la metafora della fede. L’invitato si è sbagliato su Dio, lo pensava un Dio incolore, incapace di far festa. «Sbagliarci su Dio è il peggio che ci possa capitare perché poi ti sbagli su tutto, sulla storia, sulla vita e sulla morte, sull’uomo e il suo destino» (D. M. Turoldo). L’invitato senza abito da festa è un uomo triste: non ha capito che credere è una festa, è acquisire bellezza del vivere, che è una scala di luce posata sul cuore e lungo la quale scende un Dio esperto di gioia che porta in dono giorni amorosi e contagiosi.

Un Dio cui piace sconfinare, pascolare nella terra dell’uomo, e non nel solito paradiso. Un Dio che gode nello stare insieme agli uomini.

Padre della gioia.


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