Paolo Ricciardi”Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio.”

A robed teacher gestures while speaking to people in a stone courtyard

Domenica 18 Ottobre (DOMENICA – Verde)
XXIX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 45,1.4-6   Sal 95   1Ts 1,1-5   Mt 22,15-21

di Paolo Ricciardi🏠home

Dopo una serie di parabole sulla vigna e quella su banchetto nuziale, il vangelo ci riporta “in diretta”, seguendo Gesù che, pochi giorni prima della sua passione, si incontra e si scontra con i suoi avversari. Nel brano di oggi c’è la prima di tre controversie che troviamo in Matteo; dopo questa ci sarà la domanda sulla resurrezione e, in seguito, quella su quale sia il comandamento più importante.

La risposta di oggi data da Gesù ai farisei e agli erodiani, è diventata famosa. Viene usata spesso come fosse un proverbio, purtroppo usata male.

Di queste parole abbiamo infatti perso la forza liberante, perché l’abbiamo interpretata a partire non dalla sapienza del Vangelo ma da quella semplicemente umana.

Che cosa è successo? Abbiamo guardato ai due poteri richiamati nel vangelo e, dopo averli messi l’uno di fronte all’altro – Cesare e Dio – abbiamo tentato di stabilire ambiti, competenze, ruoli, diritti, quasi fosse possibile tracciare una linea di confine e inventare poi una sorta di armonia.

In realtà non era questo l’intento di Gesù. Nella sua risposta non c’è la ricerca della via dell’equilibrio e della conciliazione, ma quella opposta che porta a uno sbilanciamento a favore della seconda parte: “Date a Dio quello che è di Dio”.

È in questa seconda parte che si deve cercare la provocazione liberatoria del messaggio di Gesù, ricordando le parole di Agostino: “Se Cesare reclama la propria immagine impressa sulla moneta, non esigerà Dio dall’uomo l’immagine divina scolpita in lui?”. Questo è un invito a pensare alla moneta che è la mia vita, “coniata” con l’immagine e la somiglianza di Dio. E se la moneta è fatta per essere spesa, così anch’io sono chiamato a spendermi per l’altro, a darmi, restituendo a Dio ciò che è Suo. A Dio infatti non diamo nulla, restituiamo soltanto.

Nella prima Lettura, dal profeta Isaia, abbiamo sentito ripetere: “Io sono il Signore e non c’è alcun altro; fuori di me non c’è Dio”. Gli uomini non potranno mai usurpare quella signoria assoluta che è soltanto di Dio. Perciò il Signore dice: “Rendete a Cesare quello che è di Cesare”: niente di meno, ma anche niente di più di quello che gli è dovuto. Dentro di noi c’è l’immagine e la scritta che vengono a stabilire una particolare ed esclusiva appartenenza a Dio. C’è in noi qualcosa di trascendente di cui nessuno può disporre all’infuori di lui. Perciò la parola di Gesù dovrebbe suonare così: “Non lasciatevi conquistare da nessun Cesare di questo mondo. Non rinunciate alla vostra libertà interiore che è il dono più grande. A Cesare date tutto, ma non dategli l’anima”.

Pensiamo al figlio prodigo: non aveva capito di essere già veramente libero nella casa del padre. Se ne è andato via in paesi lontani e ha consumato la sostanza della sua vita, tutte le monete dell’eredità. Alla fine, proprio per essersi allontanato dal padre, invece di libero, era diventato schiavo… Dove scompare Dio, l’uomo non diventa grande, ma perde la sua stessa dignità, perde lo splendore di Dio sul suo volto.

La testimonianza di tanti perseguitati per la fede è stata, al contrario, proprio questa. I potenti, i nemici, ci possono incatenare, deportare, ammazzare, ma non possono toglierci Dio. Se ci leghiamo ai “Cesare” del mondo ci verrà tolta la libertà e le monete che abbiamo prima o poi finiranno nelle loro tasche. Solo uniti a Cristo diventiamo moneta viva, da spendere donandoci come Lui.

Oggi celebriamo la 100ma giornata mondiale missionaria. In questo giorno vogliamo rinnovare tutti l’impegno e la gioia di “spenderci”, come monete, unite dall’unica Moneta che è il Signore Gesù. Scrive papa Leone nel messaggio di quest’anno: “l’essere «uno in Cristo» ci chiama a tenere sempre lo sguardo rivolto al Signore, perché Egli sia davvero al centro della vita personale e comunitaria, di ogni parola, azione, relazione interpersonale, così da farci dire con stupore: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Questo sarà possibile nell’ascolto costante della sua Parola e nella grazia dei Sacramenti, per essere pietre vive della Chiesa”.

“Date a Dio quello che è di Dio”. Non consegniamoci alla logica del mondo, ma a quella di Dio, con la certezza che non si tratta di rinunciare alla libertà, ma di ritrovare in Lui, amante della libertà, la pienezza della libertà.


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