Domenica 25 Ottobre (DOMENICA – Verde)
XXX DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Es 22,20-26 Sal 17 1Ts 1,5-10 Mt 22,34-40
Da qualche giorno Gesù è arrivato a Gerusalemme con i discepoli; il grande complesso del Tempio è il luogo del suo insegnamento. Dopo che ha scacciato da qui cortili sacri i venditori di animali reclamando quello spazio per la preghiera, il senato religioso dei giudei sta stringendo il cerchio attorno a lui: con quale autorità fai queste cose? Gesù non si sottrae al confronto, pone altre domande (con quale autorità Giovanni battezzava?) e racconta le parabole che abbiamo ascoltato nelle scorse domeniche, rivolte appunto ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo, rivolgendo anche a loro l’appello a convertirsi, a riconoscere in Gesù il Figlio che Dio ha inviato per compiere l’alleanza con il suo popolo.
Nel Tempio Gesù si confronta anche con i rappresentanti di alcuni gruppi religiosi che si propongono di vivere bene la loro fede in Dio, i sadducei e i farisei. Nella pagina di oggi ascoltiamo il dialogo tra Gesù e un fariseo studioso della Bibbia, che gli pone una domanda (per metterlo alla prova) comune tra i giudei osservanti del suo tempo: “qual è il grande comandamento?” Anche noi a volte ci chiediamo: alla fine, cosa conta più di tutto per vivere in modo autentico la nostra fede in Dio?
Per capire la domanda del fariseo (che è molto di più di una questione giuridica), dobbiamo inserirla nel contesto di tutta la Bibbia. Essa racconta la storia dell’alleanza di Dio con il popolo di Israele. Dio lo ha liberato dalla schiavitù dell’Egitto perché lo ama; come risposta attende che il popolo segua la legge che Dio gli indica. La parte più importante della Bibbia ebraica (i primi cinque libri) si chiama “legge”: tuttavia non è un lungo codice di norme, ma il racconto della storia con la quale Dio ama il suo popolo e gli chiede di rispondere al suo amore.
Al tempo di Gesù le “leggi” presenti nei libri della Bibbia biblici erano state raccolte in liste di precetti che superavano le seicento unità (alcune in forma negativa, altre in forma positiva). Si avvertiva la necessità di trovare un principio che mettesse ordine in questa abbondanza di norme e aiutasse a viverle secondo il loro autentico significato. Una domanda che i discepoli ponevano spesso ai loro mastri era proprio quella che lo scriba pone a Gesù: qual è il comandamento più importante? (Nel Talmud, che raccoglie commenti alla Bibbia ebraica, si racconta che un pagano si presentò dai rabbini con questa richiesta: “Convertimi, a patto che tu mi insegni l’intera Torah nel tempo in cui riesco a stare in piedi su una gamba sola”. Rabbi Hillel rispose: “Ciò che è odioso per te, non farlo al tuo prossimo. Questa è l’intera Torah, tutto il resto è solo commento. Ora va’ e studia.”
Gesù risponde alla domanda del dottore della legge con le parole stesse della Scrittura. Cita un passo del Deuteronomio che chiede di rispondere con l’amore all’amore di Dio; questo amore coinvolge tutta la persona, le sue capacità fisiche, spirituali, affettive e mentali. A questo Gesù aggiunge un “secondo” comandamento, che definisce “simile a quello”, e cita un passaggio del libro del Levitico: amerai il tuo prossimo come te stesso. Per Gesù il comandamento principale ha due facce, che non si possono separare: l’amore per Dio, in risposta ai suoi doni, e l’amore per gli altri. Gesù non crea questi comandamenti, ci sono già nella Bibbia (nella prima lettura il testo dell’Esodo presenta alcuni importanti precetti divini sull’amore verso le persone più bisognose: il forestiero, l’orfano e la vedova). Gesù tuttavia porta una grande novità: li mette uno accanto all’altro, li considera per così dire un solo comandamento, la cosa più importante che Dio chiede al suo popolo in risposta al suo amore.
Per Gesù il rapporto tra l’uomo e Dio è basato sull’amore. Siamo chiamati a vivere la nostra risposta di amore a Dio con segni concreti di affetto per Lui (come la preghiera di ringraziamento, di lode, di dono); ma Gesù ci dice chiaramente che questa risposta si esprime soprattutto nell’amore per le persone che incontriamo nella nostra vita. Amerai il tuo prossimo come te stesso: non vuol dire solo amare gli altri come io amo me, ma come Dio ama me. Dio mi ama come figlio, e ama tutti come figli. Il mio amore per Dio Padre si manifesta nell’amare gli altri perché sono amati da Dio come me, sono miei fratelli. La ragione e la misura con cui li amo non è il loro merito o la mia bontà, ma l’amore di Dio per me e per loro. E questo mi permette di andare oltre i miei limiti e i limiti degli altri; non di ignorarli, ma di non fermarmi lì. Nessuno può avanzare scuse, perché non manca mai qualcuno accanto a noi che possiamo amare, con una infinità di piccoli gesti e atteggiamenti ordinari, dalla mattina alla sera. La parola di Gesù ci assicura che, quando facciamo qualcosa di bene per gli altri, non stiamo trascurando Dio, ma lo stiamo amando davvero, non a parole ma con i fatti.
Non sappiamo la reazione del maestro della legge alla risposta di Gesù. Sappiamo però che non è riuscito nel suo intento di metterlo in difficoltà o di prenderlo in trappola. Mentre Gesù predica l’amore per Dio e per il prossimo, i rappresentanti più in vista della religione giudaica pensano a come toglierlo di mezzo.
