Sorella Michela Arnone Commento III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

Domenica 19 Aprile (DOMENICA – Bianco)
III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 2,14.22-33   Sal 15   1Pt 1,17-21   Lc 24,13-35

di Sorella Michela Arnone Monastero di Ruviano🏠home

L’episodio di Tommaso, letto domenica scorsa, lasciava una grande domanda: com’è possibile che egli non creda ai discepoli che riferiscono di avere incontrato Gesù vivente? Com’è possibile che pensi che almeno una decina di persone, i suoi fratelli, gli stiano dicendo un falso? È forte la testimonianza dei discepoli che dicono insieme di aver incontrato il Signore e ci vuole un grande dubbio, non solo verso Dio ma anche verso i fratelli, per voler credere solo a un incontro personale e non alla testimonianza di altri. Sappiamo che poi Gesù va, si fa vedere da Tommaso ma inaugura anche la Chiesa e la forza della testimonianza dicendo: «Beati quelli che pur non avendo visto, crederanno». In una stessa situazione di incredulità ci troviamo mettendoci di fronte a questo emblematico, sorprendente e suggestivo racconto di Luca, quello che riguarda i due discepoli diretti a Emmaus. Nel contesto del racconto lucano è avvenuto che le donne che erano sotto la Croce, dopo aver osservato il riposo del sabato, vanno alla tomba per ungere il corpo; la trovano vuota e degli uomini in abito sfolgorante annunciano loro che Gesù è vivo, è risorto. Tre sono le donne nominate ma con esse ce ne sono altre; sono donne eppure anche in questo caso è una testimonianza forte, comunitaria. Eppure i discepoli non credono e pensano che le donne stiano vaneggiando; a volte capita, la diversità del mondo maschile fa credere all’uomo che con la sua ragione può controllare tutto e la sensibilità della donna può a volte essere messa a tacere con un giudizio facilmente svalutante. Così entriamo nel nostro episodio di oggi, che rappresenta qui per Luca la prima apparizione di Gesù dopo la Resurrezione; un’apparizione molto diversa da tutte le altre, quella a Maria Maddalena nel Vangelo di Giovanni e quelle agli undici riuniti insieme negli altri vangeli. Si tratta di un racconto pregnante ed evocativo, proviamo a seguirlo.

Rifiutata la testimonianza delle donne, alcuni dei discepoli devono aver ritenuto inutile restare ancora a Gerusalemme, dove tutto è avvenuto; due di loro si mettono in cammino per Emmaus, magari erano di lì o comunque lì avevano un luogo in cui stare ed essere più al sicuro; Emmaus dista da Gerusalemme circa due ore di cammino. Quello spazio e quel tempo sono la distanza che vogliono mettere con tutto ciò che è avvenuto, sono delusi e tristi, come dice il testo stesso. È il pomeriggio di quel primo giorno della settimana, tutto quello che è avvenuto sembra incomprensibile a questi uomini; se decidono di allontanarsi vuol dire che l’incredulità sembra chiusa a ogni possibilità. Il loro cuore è chiuso, indurito. Mentre camminano e discutono, si avvicina un viandante che comincia a camminare con loro; lo stesso verbo con cui si dice che loro sono in cammino è ripetuto per Gesù con l’aggiunta di con: in greco l’effetto suona forte, quello di Gesù è un con-camminare. Prende i loro passi, la loro direzione; in realtà l’obiettivo è farli tornare indietro, sui propri passi ma non ci sarà bisogno di chiederglielo. Dopo l’esperienza vissuta con quel viandante sentiranno essi stessi, con forza, di dover tornare indietro e rifaranno la strada al contrario, senza indugio… non si potrà perdere tempo, a quel punto, per il messaggio urgente da portare. Mentre i discepoli pensano che sia un viandante, il narratore avvisa subito il lettore che si tratta di Gesù: come lettori, dunque, non veniamo immersi pienamente nell’esperienza di quei due discepoli, la nostra consapevolezza è superiore alla loro. Per loro, infatti, il senso dell’incontro sarà quello di riconoscere Gesù, cosa che avverrà solo alla fine. Per noi, invece, quello di soffermarci su ciò che Egli fa con questi discepoli: questo ci permetterà di avere una chiave per incontrare e riconoscere Gesù oggi, nella nostra vita e nella nostra storia, ora che Gesù è scomparso alla nostra vista fisica, come per i discepoli alla fine del racconto.

I due si stanno allontanando da Gerusalemme ma il pensiero è sempre lì, a tutto quello che è avvenuto; di questo discutono, su questo si confrontano e, a giudicare dalla domanda che gli pone il viandante che si avvicina loro, sembra quasi che stiano litigando. L’interrogare di Gesù, che si mostra ai loro occhi come uno che non sa cosa è avvenuto a Gerusalemme in quei giorni – mentre il lettore comprende che invece sa bene cosa è avvenuto – è uno stratagemma per far raccontare ai discepoli gli avvenimenti, quello che per loro rappresenta la realtà dei fatti ma oltre i quali non sanno andare. Essi raccontano una cronologia di avvenimenti nei quali manca qualcosa, manca la lettura profonda, manca la penetrazione di quei meri fatti storici; essi sono discepoli di Gesù eppure il loro livello di consapevolezza si ferma al suo essere un profeta, essi citano la forza dei suoi miracoli e delle sue parole, ma quelle parole non gli sono bastate per stare di fronte agli avvenimenti precipitosi di quegli ultimi giorni con una speranza, con un’attesa. Loro pensavano che le premesse messe dal ministero di Gesù avrebbero dovuto condurlo a liberare Israele; e allora comprendiamo che la predicazione di Gesù non l’hanno ascoltata veramente, liberi dalle loro attese e precomprensioni. Lasciarli parlare, però, è importante nell’economia del racconto e dunque dell’incontro: rappresenta la base a partire dalla quale Gesù può parlare loro, mostrando con una sorta di ironia che i “veri stranieri” a Gerusalemme in quei giorni erano loro; sono essi che hanno vissuto dei fatti bruti senza cogliere nulla del loro valore e, ancor di più, sono rimasti increduli anche di fronte all’annuncio delle donne. Il problema della loro incredulità? Nasce dall’incapacità di far parlare le Scritture di Israele; essi sicuramente le conoscevano e le ascoltavano ma… non avevano permesso ad esse di diventare vive e “interpretare” le vicende di Gesù e il suo agire. Erano per loro lettera morta; hanno bisogno di Gesù in persona che fa l’esegeta, cioè spiega come le Scritture di Israele, e dunque la storia della salvezza propria di Israele, parlasse di Lui!

Che meraviglia, Gesù in persona che fa quello che poi, a partire da Lui, la comunità credente cerca sempre faticosamente di praticare: scrutare la Parola per cercarvi dentro l’agire di Dio, leggere la storia cercandovi dentro lo svelarsi del volto di Dio e della sua volontà. Non sappiamo i contenuti precisi di questa predicazione di Gesù, quello che conta è che ciò che è avvenuto a Gesù è avvenuto “secondo le Scritture”. In tutto ciò in cui l’uomo ha saputo vedere solo non senso, morte, dolore, delusione, in realtà c’è molto altro e molto di più: c’è la passione e il rifiuto verso i profeti che annunciano il vero volto di Dio, c’è la mondanità che si ribella all’amore, c’è un Dio che questa volta in maniera definitiva ha vinto tutto quel male che si è scatenato di fronte al suo agire per la salvezza degli uomini. Gesù inaugura, allora, quello che sempre siamo chiamati a fare, con intelligenza e profondità: scrutare le Scritture, comprenderle in profondità e leggere con esse la storia, per annunciare ancora quel Dio che agisce per condurci alla Vita. Non conosciamo i contenuti precisi del discorso che Gesù fa ai discepoli perché siamo chiamati noi, come tutti i cristiani che ci hanno preceduti, a stilare quel discorso per noi oggi, tenendo insieme la Scrittura e gli avvenimenti odierni della storia; solo così potremo interpretare l’agire di Dio e poter scegliere noi di metterci dalla parte di quel Dio che è amore, per poter scegliere il posto che anche Gesù ha scelto. Solo con la Scrittura in mano, che è Parola viva dalla quale spira lo Spirito verso gli uomini che si pongono con cuore puro di fronte ad essa, possiamo camminare nella nostra vita discernendo, passo dopo passo, dove Dio ci spinge, ci orienta, come ci plasma per diventare figli nel Figlio. Senza la Scrittura tra le mani, nessun cristianesimo è possibile e rimarremo sempre più confusi di fronte a una vita che ci sfugge dalle mani continuamente. Con la Scrittura, letta e interpretata in ecclesia, cioè nel solco della tradizione ma anche con i fratelli, è possibile comprendere sempre più a fondo la vicenda di Gesù e come Egli ci salvi oggi con la sua morte e resurrezione. Questa comprensione, questo ascolto accende il cuore, lo fa ardere, come quello dei due discepoli: perché ascoltare il Cristo accende l’amore e in quel fuoco si purifica tutto il nostro essere e il nostro peccato. Quel fuoco acceso nel cuore, di cui i discepoli si raccontano dopo, quando Gesù è ormai scomparso, è quello che li spinge a dire: “resta con noi”. Gesù doveva andare più avanti, è vero, doveva andare ad annunciare ad altri; ma voleva anche stare con loro e rivelarsi pienamente. C’è bisogno di un loro cenno, di una loro richiesta; quando questa arriva, Egli rimane. Così, arriva il culmine del suo rivelarsi perché Gesù spezza il pane per loro e lì essi lo riconoscono; lì mettono insieme i pezzi: il dono nell’ultima cena con il dono fatto sulla Croce, segno di un modo unico e straordinario di amare. Egli, allora, può scomparire, perché resta il pane e la fraternità ristabilita, tra i due – che si raccontano cosa hanno provato stando con Gesù – e con gli altri discepoli, verso i quali hanno l’esigenza di correre.

Ora quei discepoli cominciano a comprendere, nel pane si ricapitola tutto l’amore e il donarsi: lo spezzarsi per l’altro racchiude tutto il senso della vita di Gesù, a cui la Scrittura dà testimonianza, e racchiude tutta la vicenda della Chiesa che da lì inizia. Solo nel pane spezzato, anche noi possiamo riconoscere Dio, a partire dalla celebrazione eucaristica certamente, ma anche rispetto a quello che questo vuole generare nella nostra vita: una vita donante e donata, spezzata ma amante, persa per essere ritrovata. In una vita così, in cammino per essere tale, riconosciamo anche noi Gesù.

Che possiamo avere la grazia anche noi di un cuore che arde di fronte alla Scrittura che ci viene spiegata, aperta, mostrata; non solo da chi predica per noi, ma anche quando siamo noi davanti alla Scrittura e lasciamo che lo Spirito parli e ci spieghi il senso, ci mostri il volto di Gesù. Che possiamo anche noi chiedere a quel viandante che si è affiancato alle nostre strade stanche, ai nostri cammini a ritroso e lontano dalla fraternità, alle nostre menti e cuori increduli, di rimanere con noi, di non andare via, di stare con noi, anche se i nostri occhi non si sono ancora aperti. Che possiamo anche noi riconoscere nel pane il dono della vita fatta per noi e desiderare con Lui una vita eucaristica, come la Sua.


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