Domenica 26 Aprile (DOMENICA – Bianco)
IV DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 2,14.36-41 Sal 22 1Pt 2,20-25 Gv 10,1-10
di Rosalba Manes🏠home
Nella IV domenica di Pasqua Giovanni ci consegna un discorso di Gesù incentrato sull’immagine del pastore, così cara alla memoria d’Israele (popolo di pastori!) tanto da essere “incastonata” nella preghiera dei Salmi e nelle profezie che annunciano l’avvento del “capo”, della “guida”. Questa guida superlativa è destinata a soppiantare quella umana, così fortemente segnata da limiti e fragilità (cf. Ez 34). Pertanto, dopo la guarigione del cieco nato (cf. Gv 9), Gesù offre un racconto simbolico in cui contrappone la figura del pastore a quella del ladro. Entra così in piena polemica con i capi del popolo che invece di curare il gregge lo opprimono e tendono a renderlo schiavo. Egli si presenta come colui che si occupa premurosamente del gregge per condurlo verso i pascoli della libertà.
Mentre il ladro evita la porta d’ingresso, sale da un’altra parte e non viene riconosciuto dal gregge, il pastore accede al recinto dall’ingresso principale – segno della legittimità della sua azione – e viene riconosciuto da tutte le pecore. Entrando dalla porta, il pastore si presenta come il legittimo proprietario del gregge che si accosta alle sue pecore alla luce del sole, diversamente dal ladro che agisce nelle tenebre ed è un estraneo e un usurpatore dei beni altrui. Il pastore è dunque l’unico che ha il diritto di accedere al recinto ed è l’unico ad essere riconosciuto sia dal guardiano che dal gregge. Il guardiano delle pecore, che lavora per lui, infatti, lo riconosce immediatamente e non ha alcun timore ad aprirgli. Il pastore poi è così noto al suo gregge che tutte le pecore sanno riconoscerne la voce. Le pecore ascoltano di buon grado la voce del pastore perché essa non è una voce qualunque, ma la voce che sa pronunciare il nome di ciascuno per estrarlo dalla massa e dall’anonimato e fargli dono della propria identità e unicità. Il recinto non è una prigione, ma il luogo dove le pecore sono radunate in vista dell’uscita verso gli ampi pascoli che il pastore sa individuare per loro. Il pastore cammina davanti al gregge e continua a parlargli perché il suono della sua voce indichi l’orientamento ed eviti che qualcuno si perda.
Lo scopo dell’immagine presentata da Gesù è di offrire dei seri criteri per discernere la leadership autentica da quella fasulla: pastore, infatti, è colui che vive la prossimità («chiama per nome le proprie pecore»), che manifesta iniziative energiche («conduce» o «spinge fuori» dall’ovile), che non fa discriminazioni (le spinge «tutte») e rappresenta una guida sicura («cammina davanti»). Questa similitudine raccontata da Gesù non risulta di facile comprensione per i suoi uditori tanto che è lui stesso a doverne offrire l’interpretazione. A chi non ha compreso le sue parole, perché diversamente dal cieco nato non si è lasciato illuminare da lui, Gesù si presenta non solo come pastore ma anche come «porta delle pecore». Egli si fa porta, cioè soglia che delimita il “dentro” dal “fuori”, spazio che fa accedere al luogo dell’appartenenza e che, al tempo stesso, permette al gregge di realizzare l’esodo verso la libertà. Gesù si definisce come l’unica via di accesso delle pecore alla vita. Egli non è un pastore qualunque, ma colui che guida alla salvezza facendosi egli stesso via di salvezza.
L’insegnamento di Gesù mostra così quanto lavoro e cura necessiti la leadership all’interno della comunità cristiana. La leadership umana, infatti, presenta spesso dei deficit perché anela a un guadagno per sé, quella di Gesù invece è impregnata di dono; la nostra leadership tende a volte a sfruttare, quella di Gesù a servire; la nostra leadership può produrre talvolta persino la morte, quella di Gesù invece solo vita e vita in pienezza. La leadership di Gesù e dei discepoli di Gesù non ammette abusi, né soprusi, ma implica vicinanza, accompagnamento nei processi di crescita e spinta a far sbocciare la propria libertà di figlio e figlia di Dio.




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