Rosalba Manes”Non vi lascerò orfani”

Domenica 10 Maggio (DOMENICA – Bianco)
VI DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)
At 8,5-8.14-17   Sal 65   1Pt 3,15-18   Gv 14,15-21

di Rosalba Manes🏠home

Giovanni consegna agli apostoli e ai credenti di tutti i tempi alcune parole di Gesù simili a scintille di fuoco capaci di ravvivare la fede e rivitalizzare le relazioni interpersonali e anche intra-ecclesiali. Durante la “liturgia” che precede e prepara il suo ritorno al Padre, Gesù si premura di qualificare ulteriormente la relazione che intercorre tra lui e i suoi discepoli, presentando la natura “agapica” o “amorosa” del loro legame.

I discepoli non sono dei subalterni costretti a eseguire ordini che non si discutono, ma gli “intimi” di Gesù chiamati ad accogliere le parole del loro Maestro e tradurle in vita e questo non in forza della loro bravura o santità ma in virtù di un tipo di relazione che produce accoglienza e obbedienza: questa relazione è l’amore che solo rende possibile un ascolto libero e rende i discepoli del Maestro degli uditori liberi della sua Parola. L’ascolto dei discepoli non è risposta a un comando autoritario ma docilità che nasce dall’amore, dal percepire che ciò che li lega al Maestro non è né la paura, né il senso del dovere, né la costrizione, ma solo la comunione, la bellezza cioè del sentirsi amati e custoditi da lui che vuol vivere in loro.

E poiché solo l’amore salva dall’incubo della solitudine e dell’assenza di relazioni significative, Gesù coglie l’occasione per consegnare una grande promessa d’amore alla sua Chiesa: il Padre, che da sempre fa risuonare in mezzo al suo popolo la verità del suo Io-con-te e che questa parola l’ha resa carne con l’incarnazione del Figlio suo, ora con la dipartita di Gesù desidera donare ai suoi un altro Paraclito, il Dio «difensore» e «consolatore», il Dio che sta dalla parte loro per proteggerli e guidarli. Questo Dio è lo «Spirito di verità» che, diversamente dal mondo che non lo conosce e non ha nessun interesse a riceverlo, è già conosciuto dai discepoli, in quanto più intimo a loro di se stessi. Il Paraclito, la cui venuta rappresenta il cuore dell’intercessione di Gesù al Padre, non è un ausilio qualunque lungo il cammino della vita dei discepoli, ma la presenza permanente, l’ospite fisso della loro vita, perché egli rimane per sempre.

Gesù spiega in tal modo che la sua partenza non si svolge sotto il segno della perdita, ma del “di più” che è frutto di una presenza nuova: il Maestro non sarà più accanto ai suoi ma dentro di loro, attraverso il mistero dell’inabitazione, dell’irruzione nelle loro fragili esistenze di una vita in pienezza, di una vitalità nuova che fa la sua comparsa grazie alla risurrezione di Cristo: «voi mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi» (Gv 14,19). La loro esistenza non sarà più dettata dai ritmi biologici ma dalla vita del Risorto che è ho zōn, il «Vivente» (Ap 1,18).

I discepoli sono chiamati da Gesù a partecipare pienamente alla vita divina, ad avere accesso all’intimità che il Figlio vive con il Padre, a essere in tal modo figli nel Figlio. Questo essere l’uno nell’altro è l’esperienza che rappresenta il vertice dell’amore.

Giovanni ci conduce così nel cuore della mistica filiale, nel cuore dell’amore che solo può generare adesione e obbedienza e alimentare la nostra fede tanto spesso “denutrita”.

La dimora di Dio non è più dunque un luogo fisico ma il cuore di carne dei discepoli di tutti i tempi che passano dal vivere per se stessi al vivere filialmente, percependo i comandamenti non come macigni opprimenti ma come semi, come parole generative che salvano il mondo dalla sterilità dell’egoismo, aprono al volto del Padre ed edificano il tempio santo della fraternità cristiana.


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