Domenica 31 Maggio (SOLENNITA’ – Bianco)
SANTISSIMA TRINITA’ (ANNO A)
Es 34,4-6.8-9 Dn 3,52-56 2Cor 13,11-13 Gv 3,16-18
di Sorella Michela Arnone🏠home
La domenica dopo la Pentecoste la liturgia ci fa celebrare la festa della Santissima Trinità. Un mistero, quello della Trinità, che soggiace e pervade tutti gli altri misteri cristiani; eppure, alla piena luce della Pasqua, con lo Spirito consegnato, quello Spirito che permette ai discepoli di “ricordare ogni cosa e di comprendere”, è bello e possibile soffermarsi sulla Trinità con maggiore efficacia.
Si noterà, dai testi biblici di questa domenica che cade nell’anno A, che della Trinità non si parla in maniera diretta; essa è stata compresa ed elaborata dalla teologia successivamente; questo non toglie a essa valore ma, anzi, ciò è possibile proprio perché c’è lo Spirito che fa avanzare la conoscenza e la comprensione di Dio. Quello che verrà elaborato dalla teologia come il mistero della Trinità, però, è il frutto di quello che è contenuto nella Scrittura. Nell’Antico Testamento si parla del Dio unico, alla cui azione sono associati angeli, messaggeri, oppure uomini che trovano grazia davanti a Dio e hanno ruolo di mediazione nei confronti degli altri uomini. In tanti passaggi si parla dello spirito nuovo che sarà donato, di rinascita, nuovo inizio, ma non ci sono ancora le condizioni per comprendere questo spirito così come farà la rivelazione cristiana. Con Gesù, invece, cambia qualcosa; Egli si rivela come “Figlio di Dio”. In tutta la sua vicenda, i Vangeli ci raccontano sempre che Gesù prega il Padre, che Egli si affida al Padre, che Egli richiama gli uomini verso quel Padre che è il suo Dio e che è il Dio di ciascuno. Così, quando sta per morire, promette lo Spirito Santo, comincia a parlarne in maniera continua e forte; tramite il vangelo di Giovanni, per esempio, comprendiamo che lo Spirito è la presenza di Dio nel cuore degli uomini, permette a Gesù di rimanere anche se di fatto Egli sale al Padre. Tutto quello che Gesù ha fatto e compiuto è stato possibile – questo per i vangeli è essenziale – non solo perché Egli credeva e si affidava a Dio Padre, ma perché era Dio Egli stesso. I miracoli che compie, la libertà di agire di sabato quando agisce solo Dio, la lettura dei cuori, l’autorità che arroga a sé nei confronti della legge: i vangeli vogliono dirci con chiarezza che questo Gesù è Dio! Perciò la chiesa, nell’allargarsi e raccontare questa rivelazione straordinaria, si è trovata dinanzi due problemi: il primo, se potessero stare insieme in un’unica persona il fatto che Gesù fosse Dio veramente e fosse uomo veramente. E sappiamo che a questa domanda si risponde di sì e proprio da questo scaturisce l’annuncio di salvezza della rivelazione cristiana: in un uomo, che è anche vero Dio, si è realizzata quell’alleanza definitiva con Dio Padre che attraverso di lui è aperta a tutti gli uomini. L’altro grande problema era capire come stessero insieme il fatto che c’è un Dio padre, che c’è Gesù, che anch’Egli è Dio, e che c’è lo Spirito, sempre raccontato come uno che agisce come agisce Dio. Così, a partire da questi dati fondamentali, si è compreso, poi elaborato e spiegato, che il vero Dio, quello che Gesù è venuto a rivelarci, quello che ha creato il mondo e al quale tutto l’universo tende, è un Dio trino. Non sono tre divinità distinte, ma sono un unico Dio – in questo Israele continua a dirla giusta – ma questo unico Dio, perché unica è la natura divina, è fatto da una comunione di tre persone: il Padre, il Figlio e lo Spirito. Perciò Giovanni può dire che Dio è amore, non solo perché Dio ama il mondo, ma perché l’amore è ciò che sta dentro, è la sostanza del suo essere. È l’amore eterno tra Padre e Figlio, amore che è lo Spirito quale abbraccio che li tiene uniti, da cui si genera ogni cosa: il mondo e poi tutta la storia degli uomini con Dio. Questo Dio, che è amore dentro di sé, vuole salvare continuamente quegli uomini e quel mondo a cui ha dato la vita. Solo dall’amore nasce e rinasce la vita. E così, nasce tutta la storia della salvezza, quella raccontata nella Scrittura, ma che poi arriva fino a noi.
Si è sempre cercato, anche nell’Antico Testamento, qualcosa che rimandasse alla Trinità; tanti artisti hanno cercato di rappresentare la Trinità. Questi due aspetti si incrociano in quello che sembra essere il racconto migliore che ci permette di guardare alla Trinità: si tratta dell’icona del monaco russo Andrej Rublëv. Contemplare quest’icona ci fa comprendere non solo la Trinità nella sua forma eterna, ma tutto l’agire di Dio per l’uomo e per la sua salvezza. Essa riprende il racconto della Genesi in cui tre angeli incontrano Abramo alle querce di Mamre e gli promettono la nascita del figlio tanto atteso (Gen 18,1-15). In quei tre angeli molti hanno visto un’immagine della Trinità. Nell’icona, i Tre sono seduti a tavola, dentro a un cerchio; ognuno ha delle sue caratteristiche specifiche, eppure sono in piena comunione, sono una unità completa: il Padre è l’origine dell’amore, il Figlio è l’eterno amato, lo Spirito è l’amore che li tiene uniti. La prospettiva del quadro è particolare, è rivolta verso colui che guarda: a mensa c’è un posto vuoto, quel posto spetta all’uomo, all’umanità, a noi. La rivelazione in Gesù Cristo e tutti i misteri connessi si possono condensare in questo invito a sedere a quella mensa: vivere da uomini amati, che riconoscono che la propria eredità sta in Dio, che riconoscono il proprio posto nel mondo e dunque nella Chiesa. Un invito all’amore, un invito alla vita, un invito alla gioia, come dice Paolo nella lettera ai Corinzi che leggiamo come seconda lettura.
Eppure, non è così semplice per noi uomini, che siamo fragili nella comprensione e spesso fatichiamo a fare un vero spazio interiore di silenzio e a deporre il nostro pensare veloce e concretamente mondano per fare spazio all’ascolto dei misteri di Dio e il suo annuncio d’amore. Per noi non è così semplice perché siamo continuamente tentati dal peccato, quello di costruirci idoli e divinità da adorare che siano alla nostra portata e che non ci scomodano troppo, ma ci rassicurano. Subito prima del brano dell’esodo che leggiamo oggi, è avvenuto questo: nel deserto il popolo ha sciolto le cose preziose, come l’oro, per farne un vitello. Che immagine forte, se ce ne facessimo provocare, per noi uomini di questo tempo fatto di consumismo: a quanto oro (l’oro vero e proprio, le case belle fatte in un certo modo, le macchine, i piaceri vari) consegniamo la nostra vita? In questo racconto dell’esodo, le tavole di pietra con cui Mosè sale sul monte sono vuote: a causa dell’idolatria egli ha spezzato le prime tavole che Dio ha consegnato per stare in alleanza con gli uomini. Ora Mosè risale sul monte, perché ha trovato grazia presso Dio, e implora da Lui il perdono: dopo questo racconto, Dio riconsegna la legge che sarà Mosè a scrivere sulle tavole di pietra. Così anche il Vangelo, prendendo spunto dalle parole a Nicodemo, ci dice che Dio ha tanto amato il mondo; e lo ha amato ancora di più consegnando, a quegli stessi uomini peccatori, il Figlio perché nel Figlio l’uomo possa trovare, al di là del peccato, la sua salvezza definitiva. Ancora oggi, allora, questo mistero della Trinità esce incontro a noi, vuole invitarci a deporre il peccato, a consegnarci a quel Dio che è morto per il nostro peccato. Oggi, noi, siamo invitati a vivere di quell’amore, ad accogliere la salvezza che Dio vuole darci: la condizione è una sola, credere nel Figlio!
Facciamo attenzione, credere non è un credere intellettuale, seppure è necessario anche quello; credere significa la traduzione nella vita di un affidamento vero a quel Figlio che è la salvezza del mondo. Quando, invece, continuiamo a credere a noi stessi più di tutto, allora non ci sarà un vero spazio per credere in Dio!




Lascia un commento